18Giugno2018

Boscia risponde a Galli della Loggia

Egregio Direttore,
l’editoriale di Ernesto Galli Della Loggia intitolato “Il fronte unico dei modernisti” e pubblicato dal Corriere della Sera lo scorso 13 febbraio ci sembra costituisca un contributo rilevante per tentare di qualificare e nobilitare un dibattito non apparso giustamente all’Autore all’altezza della complessità del tema.

Riteniamo, tra l’altro, particolarmente stimolante la riflessione di Galli Della Loggia in ordine alla scarsissima rappresentazione nei grandi mezzi di comunicazione mass-mediatica delle ragioni di quella parte dell’opinione pubblica del paese che non condivide, in tutto o in parte, la proposta disciplina sulle unioni civili. Corollario di questa osservazione è anche la constatazione di uno scarso approfondimento delle problematiche, così delicate, inerenti la regolamentazione delle unioni civili, cagionato da un confronto inesistente, così sterile, urlato ed assertivo, privo pertanto di contributi utili ad approfondire veramente la questione. La povertà del confronto si è sommata purtroppo, come ha rilevato opportunamente l’Autore, ad una posizione di sprezzante derisione e di supponente liquidazione delle opinioni tradizionaliste assunta dalle élites del paese, unanimemente indirizzate ad esaltare l’orientamento modernista.
Non volendo sfuggire ad un confronto razionale e ponderato che eviti la paventata deriva populista connessa all’accrescersi della frattura tra la consistente parte conservatrice dell’opinione pubblica e le élites politico-giornalistiche inizieremo con l’esprimere una prima perplessità sulla asserita natura assolutamente positiva di qualsiasi cambiamento, quasi che ogni innovazione dei costumi, della cultura e degli assetti sociali sia da accogliere con acritico compiacimento. In verità crediamo che un vero rinnovamento, che non respingiamo, possa essere positivamente produttivo solo se non distrugge ma anzi si ancora alla tradizione culturale propria del nostro paese.

In questo senso, siamo consapevoli della giustezza dell’esigenza di ampliare la sfera dei diritti individuali dei cittadini senza alcuna discriminazione in ossequio al principio di eguaglianza universalmente accolto, riconoscendo facoltà oggi non giuridicamente tutelate. Tuttavia non può l’ampiamento dei diritti non tener conto della sensibilità sociale generata dalle radici culturali proprie dell’Italia e nel cui contesto vadano ad incidere rischiando di eclissarne l’identità. Per non rinunciare al complesso valoriale che la connota occorre perciò preservare quel retroterra di costumanze che ha storicamente costituito il collante della società italiana e ne ha caratterizzato la
peculiarità, vale a dire il patrimonio della cattolicità, patrimonio senza il quale, piaccia o non piaccia, non si sarebbe sviluppata la civiltà italiana con tutti i connotati che la distinguono.
Né può sottacersi la difficoltà di attribuire alle unioni civili eterosessuali una tutela giuridica solida, atteso che queste sono caratterizzate dalla precarietà per scelta diretta dei protagonisti, i quali sembrano sfuggire dall’assunzione di responsabilità connessa al vincolo matrimoniale, quest’ultimo unico elemento idoneo ad attribuire certezza giuridica al fatto della convivenza onde farne scaturire, secondo modalità e circostanze non controverse, conseguenze giuridicamente rilevanti.

In pari maniera, l’assimilazione totale delle unioni civili al matrimonio ed alla famiglia tradizionale appare mistificatoria rispetto alla realtà fattuale che vede la famiglia naturale essere composta da un uomo ed una donna con la loro eventuale prole. Pertanto il pieno riconoscimento delle microcomunità costituite dalle unioni civili e la loro tutela giuridica non sembra possano indirizzarsi che alla protezione del rapporto affettivo instauratosi tra persone dello stesso sesso, senza confuse ed ambigue estensioni all’istituto familiare.
Infatti, incrinare il contenuto nozionistico della famiglia snaturandone i connotati non può alla lunga che incrinare l’impianto sociale complessivo del paese, il quale vede nella micro società familiare il cardine dell’assetto sociale. Né può tralasciarsi l’aspetto procreativo della comunità familiare che solo una famiglia tradizionale può esaustivamente assicurare fornendo alla società una prospettiva di equilibrio demografico anche per gli anni futuri. In questa ottica va altresì sottolineato che i figli sono il frutto della comunione di intenti tanto fisica quanto affettiva nella concezione della accoglienza.

In definitiva, nel momento in cui la sfera dei diritti soggettivi va ad incidere sulla collettività il loro riconoscimento ed esercizio non può non tener conto degli assetti sociali che ne possano derivare evitando pericolosi e nocivi squilibri, senza con ciò nulla togliere alle legittime aspirazioni di chi rivendica la tutela giuridica della propria relazione affettiva.

RingraziandoLa per l’attenzione Le invio a nome di tutto il Consiglio di Presidenza cordiali saluti.
(documento approvato dal Consiglio di Presidenza)
Il Presidente Nazionale
Filippo M. Boscia

Comunicato 12 Novembre 2015

a cura di Filippo M. Boscia e Maria Nincheri
“Day one” definisce il giorno del concepimento Pearson, laicissima scienziata. Quando il nucleo dello spermatozoo incontra quello dell’ovulo, inizia il “ big bang”, processo irreversibile, esplosione di vita: questa nuova cellula unica e irrepetibile tra miliardi di altre possibili combinazioni, è un nuovo essere umano, con caratteristiche tutte sue, diverse dal padre e dalla madre. In questo incontro i 23 cromosomi materni si uniscono ai 23 paterni scambiandosi informazioni genetiche: vinceranno i caratteri via via dominanti e si formerà un nuovo patrimonio genetico, nel quale sono presenti i caratteri fisici e psichici del nuovo futuro soggetto umano: questa sarà la base che modulerà l’epigenetica. E quando a Warnock che pur aveva affermato che “lo sviluppo è graduale, continuo e coordinato”, gli fu chiesto perché giustificava la sperimentazione sull’embrione nei primi giorni di vita, affermò di averlo detto per calmare “la pubblica ansietà”: in realtà la donna, anche la più ignorante dell’umanità, quando, ancora prima del ritardo menstruale, sente alcuni sintomi significativi, non dice “ Aspetto un embrione”, ma “Aspetto un bambino”. Dal “day one”, come dice il British Medical Journal, noi, dallo stadio di una cellula di 46 cromosomi ( specie umana) siamo“Manager” di noi stessi e “Active orchestrator”. Nei 6-8 giorni in cui passiamo dalla tuba in utero siamo autonomi e già allo stadio di due cellule cominciamo a “ parlare” con la madre (cross talk) producendo sostanze, tante, con cui comunichiamo con lei. E se manca questo periodo, come nella Procreazione Medicalmente Assistita ( che segue anche dopo una Diagnosi Genetica Preimpianto ) , come riportano i follow up di 20 anni nel mondo, ci possono essere conseguenze anche gravi. E della Diagnosi Prenatale Pre-impianto (DGPI) possiamo dire chiaramente che è eugenetica applicata non a un individuo adulto, ma quando esso ha poche cellule. Esiste una richiesta di moratoria internazionale da parte di molti scienziati che chiede di non manipolare embrioni e gameti.

Tanto dichiarano i Medici Cattolici Italiani con dati scientifici e in risposta alla Consulta che dice sì allo scarto di embrioni.

I medici cattolici invitano la comunità internazionale a non accettare che l’embrione umano sia ridotto a mero materiale biologico.

La società umana deve interrogarsi sulla genesi della vita e deve porre un argine alla preoccupante selezione eugenetica.

Roma, 12 novembre 2015

Boscia: riflessioni sul caso di Catania

L’ennesimo caso di presunta malasanità culminato con la morte della neonata di Catania deve far riflettere, più che sulle colpe dei medici - tutte da dimostrare! - sulle incongruenze di un sistema che, malgrado il periodico ripetersi di tragici eventi, non è in grado di trarre da essi e da esperienze precedenti più o meno tragiche, gli utili insegnamenti per cercare di migliorarsi.

Siamo accanto alle famiglie che subiscono inenarrabili dolori, lutti, strappi laceranti sul codice più intimo dei sentimenti e partecipiamo al loro dolore.
Come medici cattolici non possiamo sottrarci dal rendere pubbliche alcune nostre considerazioni:

Come testimoniano le statistiche, un sempre maggior numero di donne arriva al concepimento in età matura e, purtroppo disinformate sugli aspetti biologici della riproduzione e sul progressivo calo della riserva ovarica (già a 30 anni diminuita del 90%) è quasi certo che gran parte di esse si ritrova costretta in età avanzata a far ricorso alla procreazione medicalmente assistita, ed è ovvio che capiti sempre più di frequente che finiscano col nascere bambini più piccoli rispetto all’età gestazionale, molto spesso prematuri, tutti sempre più bisognevoli di cure particolari.

Gli esperti di organizzazione sanitaria, i rispettivi ministeri competenti per il management sanitario globale devono sapere che da ciò e da altro ancora scaturisce la necessità di disporre di un numero di culle di accoglienza nelle terapie intensive neonatali, strutture di rianimazione, che può andare ben oltre quello previsto dagli standard e calcolato in base al numero di parti per anno in un determinato territorio.
E’ questo il motivo per cui non è infrequente che le terapie intensive neonatali siano al completo e che si trovino molto spesso nell’impossibilità di fornire ogni indispensabile ma anche insostituibile assistenza.

Ecco che allora sempre più di frequente si determinano eventi che impongono la ricerca disperata dì un posto disponibile, in un centro talvolta molto lontano rispetto al punto nascita e, dando pur per buona ogni sua dotazione di esercizio conforme a quanto disposto dal Progetto Obiettivo Materno Infantile (POMI), il neonato deve essere colà avviato e accompagnato da un servizio di trasporto neonatale dedicato, purtroppo inesistente su gran parte del territorio italiano o non completamente adeguato per quel che riguarda sia le attrezzature di trasporto (ovvero le ambulanze dedicate) che il personale di assistenza.

E’ noto da tempo che il trasporto neonatale nella maggior parte delle regioni italiane è inesistente o inadeguato: A ciò deve aggiungersi la insensata dislocazione delle terapie intensive, che per ignote strategie sono spesso concentrate nelle grandi città, così da lasciare scoperti ampi spazi del territorio, ove, malgrado tutti i riordini ospedalieri, ancora persistono piccoli punti nascita con parti per anno numericamente esigui, spesso tanto al di sotto dei minimi standard.

Quel che è accaduto a Catania, così come descritto dalle cronache, è l’esatto contrario di quanto dovrebbe avvenire: trasporto non dedicato, che cerca la sede nella macroarea di riferimento, pur essendoci al di fuori disponibilità più vicina; impossibilità di fruire dell’elicottero, non previsto nelle ore notturne; lentezza e difficoltà nella comunicazione, quasi inevitabili quando bisogna di volta in volta inventarsi una soluzione.

Quindi le responsabilità sono da ricercare, ancora una volta, nelle scelte organizzative e soprattutto politiche, che, tra errori di programmazione e risparmi sempre più pressanti, determinano fin troppo spesso situazioni insostenibili, sia per gli operatori che per l’utenza. Una amara realtà che va ammessa e va sottolineata con energia proprio nella convinzione che tali problematiche, ancora non sostenibili, non debbano mai rilevarsi nella nostra società abbastanza opulenta!
Ma nessuno parla, nessuno va a colpire l’atipico sistema istituzionale, organizzativo, e quello politico, molto spesso clientelare.
Questi eventi ben conosciuti da tempo, che periodicamente riaffiorano, non possono continuare a suscitare semplice stupore e incredulità nei vertici politici istituzionali della nostra amata repubblica, perché questa è forse l’ingiuria più grande che i cittadini, soprattutto i più indifesi, subiscono!
Le istituzioni se vogliono trasmettere speranza e rigenerare il coraggio di andare avanti, devono avere la volontà di attivarsi e proporre azioni di sfida, devono affrontare tutte le difficoltà, cercando di superarle, dando risposte che contribuiscano a rendere il fossato dell’emergenza sempre meno profondo.


Prof. Filippo M. Boscia
Presidente Nazionale AMCI (Associazione Medici Cattolici Italiani)
Già Direttore del Dipartimento per la salute della donna e la tutela del nascituro della ASL BA

Transessualismo

Cambiare sesso con la chirurgia può essere un brutto scherzo della medicina in risposta ad un brutto scherzo della natura.
Prof. Filippo M. Boscia

La scienza che è maestra di vita ci insegna che il transessualismo costituisce una realtà clinica ancora confusa e incerta che rientra nel grande capitolo delle variazioni dell’identità di genere.
Dopo 30 anni di intense ricerche nella clinica del transessualismo non si è ancora giunti all’identificazione dei meccanismi responsabili dell’alterata strutturazione dell’identità di genere. Le origini rimangono ancora per gran parte sconosciute e molto lavoro ci attende per trovare corretti inquadramenti psicologici e terapeutici.
Comunque trattasi di un complesso fenomeno biologico nel quale molti elementi sono ancora indefiniti e mancano risposte dirimenti.
Di certo il consolidamento dell’identità di genere per alcuni individui attraversa percorsi estremamente complicati e travagliati e tempi variabili.
La chirurgia di queste entità del sentire è in notevole espansione sia per la forte domanda, sia per la crescita di interresse degli operatori sanitari, associata alla disponibilità di presidi tecnologicamente avanzati.
Molti dei pazienti transessuali si orientano al miglioramento degli standard di cura.
Senz’altro il progresso scientifico è un’importante acquisizione per l’uomo e un enorme bene per l’umanità: non può e non deve essere fermato.
A fronte di una chirurgia sempre più in espansione, va certamente sottolineato che esistono moltissimi pazienti scontenti dopo tecniche di correzione, i cui esiti sono stati scarsi e inefficaci, altri che si sentono più appagati, altri con esiti chirurgici eccellenti sono infelici e anche desiderosi di ritornare alla condizione precedente!
Aimè questi fattori di parziale o totale efficacia/inefficacia confermano che quelle che noi oggi dichiariamo conquiste sono in realtà delle sconfitte e forse delle vere e proprie mutilazioni. Tanto più spesso si ha notizia che, a distanza, sono tragicamente vissute proprio da coloro che le avevano sostenute.
Oggi, anziché approfondire ogni opportuna ricerca o conoscenza su questo argomento si tenta impropriamente di seguire scorciatoie o vie giudiziarie per il riconoscimento di diritti e di doveri.
In questo contesto ogni rifiuto ad entrare e a completare o perfezionare codificati percorsi di cura deve essere fatto salvo. Ogni ritiro da qualunque programma terapeutico è diritto inalienabile di ogni persona e tale rigetto non esclude quanti da tempo inseriti in travagliati percorsi di orientamento.
Il pronunciamento giuridico credo promuova tale diritto, in quanto l’intervento non solo può essere inutile ma anche mutilante.
In proposito credo che ogni manipolazione della persona umana sia da considerarsi fuori della vocazione originaria dell’uomo: Occorre stare molto attenti perché sapere e potere nelle manipolazioni possono diventare dominio, soprattutto in sindromi cliniche, le cui origini rimangono in parte ancora sconosciute.
Sono convinto che ogni manipolazione e ogni modellamento artificioso debba rispettare la “legge dei confini”. La dignità dell’uomo e la legge dei confini emergono come criterio fondamentale tanto importante da non potersi mai eludere. Molti dei raccontati traguardi spesso si verificano e si celebrano in un’atmosfera di altissima tensione etica. Sono tanti i cosiddetti fattori di efficacia sempre proclamati, ma mai garantiti, con risultati in alta percentuale non positivi,o non più accettabili. Possiamo a ragione sostenere che ogni processo di riattribuzione sessuale deve essere profondamente meditato.
Voler a tutti i costi riaprire la vita al “migliore essere” di ogni “persona” è e rimane la più grande violenza sull’uomo, sulla donna, sul bambino!
Per gli psichiatri e per tutti i professionisti che partecipano a questo delicato percorso della medicina è assolutamente indispensabile, una guida etica che va continuamente emendata contro ogni forma di abuso.

Boscia - Tutelare la libertà degli operatori

Una totale disattenzione al tema della vita in un paese dove la denatalità è ai massimi storici. Per Filippo Boscia, presidente dell'associazione medici cattolici (Amci) il caso della pillola del giorno dopo è emblematico delle difficoltà che in Italia incontrano queste tematiche. Il punto di partenza è che l'Agenzia italiana del farmaco per adeguarsi alla normativa europea ha sposato in pieno la teoria che classifica questo farmaco come contraccettivo e non abortivo. "Questo fa sì che ogni rifiuto legittimo nella prescrizione venga visto come un rifiuto ideologico, in questo modo viene lesa la libertà e l'autonomia dei singoli operatori sanitari" spiega Boscia.

Medici e giuristi cattolici stanno portando avanti una battaglia per chiedere una modifica della classificazione della pillola del giorno dopo perché ritengono che ci siano degli effetti abortivi scientificamente dimostrabili. "La nostra è una battaglia di salvaguardia non di retroguardia nei confronti dei principi irrinunciabili" dice Boscia. L'Amci ha anche presentato un ricorso al Tar del Lazio contro il decreto della Regione che obbligava gli operatori sanitari dei consultori ad erogare tutte prestazioni, dalle interruzioni di gravidanza alle prescrizioni di pillole abortive.

Anche il caso di Voghera va in questa direzione di mettere a tacere il diritto all'obiezione di coscienza. Con lo spauracchio di procedimenti sanzionatori, peraltro dal punto di vista legale legittimi in virtù del fatto che il farmaco è ritenuto contraccettivo. "Bisogna sollevare il problema - conclude Boscia - anche perché la situazione delle prescrizioni è fuori controllo, da tempo chiediamo al ministero un registro".