21Agosto2018

Recensione del volume ”Il processo al processo. La responsabilità dei magistrati” di Vito Marino Caferra, Cacucci Editore

La recente promulgazione della legge sulla responsabilità civile dei giudici ha offerto al dottor Vito Marino Caferra - già Presidente della Corte d’Appello di Bari e componente del Consiglio Superiore della Magistratura, nonché docente di diritto nell’Università di Bari – l’occasione per dare il suo autorevole contributo su una materia particolarmente “sensibile” con il volume “Il processo al processo. La responsabilità dei magistrati.” Editore Cacucci 2015. Il dott. Caferra, autore di altre apprezzate monografie sui problemi della giustizia , ha dato alla stampa il suo contributo con con la competenza e la maestria che gli sono proprie, illustrando - per i vari casi di “malagiustizia” (dall’ingiusta detenzione alla poco ragionevole durata dei processi) - i diversi ambiti di responsabilità civile (dello Stato e/o del magistrato) e penale , nonché l’articolato sistema della responsabilità disciplinare del magistrato, che talvolta si espone ai rischi della deriva corporativa.

Nel quadro di un ordinamento multilivello (con le fondamentali funzioni attribuite alle Corti europee) l’Autore riconduce gli svariati istituti presi in esame ad un sindacato sull’esercizio della giurisdizione in un sistema democratico, che richiede il controllo di ogni potestà pubblica e quindi anche sull’esercizio del potere giudiziario; e avverte sin dalla prima pagina che “che nel costituzionalismo moderno non c’è potere (pubblico o privato) senza limiti e senza responsabilità: i limiti sono segnati dalla divisione dei poteri (oltre che dal pieno e reciproco rispetto delle funzioni di ciascuno) e dal riconoscimento dei diritti fondamentali, che trovano la loro garanzia nelle varie forme di responsabilità giuridica e/o politica previste dall’ordinamento. E quanto più rilevanti sono le funzioni pubbliche tanto più va rafforzata la dimensione dei doveri e delle responsabilità”..
Peraltro l’Autore non manca di avvertire che la proliferazione di procedimenti “derivati”, che si aggiungono ai procedimenti principali a causa della inefficienza della macchina giudiziaria (ma anche a causa della carenza di professionalità degli operatori del diritto), riesce ad offrire - con onerose misure riparatorie – solo un surrogato del bene violato, ma non può ripristinare la situazione giuridica irreversibilmente pregiudicata. Anzi, le varie forme di responsabilità, con i relativi processi al processo, aggravano le disfunzioni dell’apparato giudiziario e ne disperdono le risorse con un sicuro effetto delegittimante.
. Accanto agli effetti negativi dell’uso distorto delle varie forme di responsabilità l’Autore segnala il fenomeno (sempre più di moda) del “processo mediatico”: la forma di processo al processo più diffusa, così come è diffusa e capillare l’azione del media nella società dell’informazione e dello spettacolo mediante un mix di violazione del segreto e di abuso della libertà di informazione; per questa via un certo tipo di giornalismo, anche grazie a rapporti privilegiati con gli organi inquirenti, tende a sostituirsi alla magistratura giungendo a premature condanne e assoluzioni, tali da inficiare se non condizionare il giusto corso dei procedimenti..
Infine l’Autore censura il cosiddetto “protagonismo mediatico” di alcuni magistrati e i facili “salti di campo” di costoro ( dalla magistratura alla politica e viceversa) in un vero e proprio “sistema di vasi comunicanti” dagli effetti preoccupanti per la conseguente confusione dei ruoli. e, quel che è più grave, per la perdita di credibilità nella “terzietà” della magistratura.
Dalla lettura del libro si ricava netta la sensazione che in Italia, nell’attuale fase politico-istituzionale, risulta sempre più difficile esercitare la nobile arte di amministrare la giustizia, perché l magistrati si trovano di continuo presi tra due fuochi: da un lato i cittadini esasperati dall’eccessiva durata dei procedimenti, dall’altro i politici che - in un contesto di squilibrio dei poteri (per l’espansionismo giudiziario e la sovraesposizione dell’azione penale) - sono sempre più insofferenti a quel che considerano indebite ingerenze.
In conclusione si può convenire con l’Autore che “la credibilità della Giustizia, sia penale che civile, è strettamente legata al senso del limite (del diritto e del processo) rispetto al necessario ruolo politico che va riconosciuto al legislatore, al potere esecutivo e quindi al potere politico. Invece “la esorbitanza del potere giudiziario … e la confusione dei ruoli provocano reazioni incongrue che danno luogo a “processi al processo”, anche per l’uso distorto delle varie forme di responsabilità del magistrato.” Ragion per cui “per ridurre il rischio della confusione dei ruoli ed assicurare la maggiore possibile indipendenza dei magistrati … è loro dovere professionale tenersi lontani da quello che potrebbe essere il punto di rottura del sistema.”.

Prof. Filippo M. Boscia

Boscia scrive a Lorenzin sulla maternità surrogata

A nome mio personale e di tutta l’associazione Medici Cattolici che rappresento desidero rivolgerle un sentito e doveroso ringraziamento per il suo impegno e per la sua azione politica riguardo al delicatissimo tema della maternità surrogata e alla irrispettosa pratica dell’utero in affitto. Noi medici cattolici vogliamo essere dalla parte dei più piccoli, dalla parte dei bambini che non hanno sufficiente voce per essere ascoltati. Questi involontari protagonisti delle tecnologie riproduttive non sono mai stati al centro dei tanti assurdi e perversi dibattiti, tutti tesi a trasformare desideri in diritti.

I bimbi sono soggetti d’azione e non oggetti di acquisto o sfruttamento, né possono essere privati del fondamentale legame gestazionale. Di fatto ogni deriva commerciale della Procreazione Medicalmente Assistita trasfigura e trasforma la riproduzione umana in vera e propria produzione, compiendosi così un dissennato delitto contro l’umanità. La “gestazione per altri” rompe ogni benefico e naturale legame biologico e determina una grande e profonda ferita sul delicato registro neurosensoriale dell’embrione, così materializzato e cosificato. Chi afferma oggi l’inesistenza di questa etologica sensibilità, proponendosi come supponente scienziato, non può con la sua arroganza rompere e violare innegabili e prioritari diritti di natura etica, intimi e delicati, infrangendo anche le complesse e complementari armonie biologiche del nostro corpo. Le siamo grati perché le sue dichiarazioni aprono nuovi orizzonti di dialogo, nel tentativo di sfuggire alle trappole del pregiudizio, delle ideologie, dell’intolleranza e dell’opposizione. Le siamo accanto per guardare con fiducia e attenzione agli sviluppi della scienza, e lo facciamo senza alcuna demonizzazione, senza mai disgiungerci dall’assoluto rispetto per la dignità della vita. Siamo con lei per dare rilievo alla ricerca, a quella sanitaria e a quella psico-pedagogica e sociale, non per fare chiacchiere demagogiche, ma per sottolineare che le grandi e positive frontiere scientifiche diventano ancora più nobili, se attente al destino del mondo e dell’uomo che lo abita.

Grazie per aver sostenuto l’armonia del nascere, quell’armonica complementarietà che vede la donna, la madre fecondata, aprirsi alla vita “nel nome del Padre e nel nome della Madre”, nome che si proietta sul più piccolo dei piccoli, l’embrione. Con rispettosa stima e molti cordiali saluti.

Il Presidente Nazionale
Filippo M. Boscia

Comunicato 12 Novembre 2015

a cura di Filippo M. Boscia e Maria Nincheri
“Day one” definisce il giorno del concepimento Pearson, laicissima scienziata. Quando il nucleo dello spermatozoo incontra quello dell’ovulo, inizia il “ big bang”, processo irreversibile, esplosione di vita: questa nuova cellula unica e irrepetibile tra miliardi di altre possibili combinazioni, è un nuovo essere umano, con caratteristiche tutte sue, diverse dal padre e dalla madre. In questo incontro i 23 cromosomi materni si uniscono ai 23 paterni scambiandosi informazioni genetiche: vinceranno i caratteri via via dominanti e si formerà un nuovo patrimonio genetico, nel quale sono presenti i caratteri fisici e psichici del nuovo futuro soggetto umano: questa sarà la base che modulerà l’epigenetica. E quando a Warnock che pur aveva affermato che “lo sviluppo è graduale, continuo e coordinato”, gli fu chiesto perché giustificava la sperimentazione sull’embrione nei primi giorni di vita, affermò di averlo detto per calmare “la pubblica ansietà”: in realtà la donna, anche la più ignorante dell’umanità, quando, ancora prima del ritardo menstruale, sente alcuni sintomi significativi, non dice “ Aspetto un embrione”, ma “Aspetto un bambino”. Dal “day one”, come dice il British Medical Journal, noi, dallo stadio di una cellula di 46 cromosomi ( specie umana) siamo“Manager” di noi stessi e “Active orchestrator”. Nei 6-8 giorni in cui passiamo dalla tuba in utero siamo autonomi e già allo stadio di due cellule cominciamo a “ parlare” con la madre (cross talk) producendo sostanze, tante, con cui comunichiamo con lei. E se manca questo periodo, come nella Procreazione Medicalmente Assistita ( che segue anche dopo una Diagnosi Genetica Preimpianto ) , come riportano i follow up di 20 anni nel mondo, ci possono essere conseguenze anche gravi. E della Diagnosi Prenatale Pre-impianto (DGPI) possiamo dire chiaramente che è eugenetica applicata non a un individuo adulto, ma quando esso ha poche cellule. Esiste una richiesta di moratoria internazionale da parte di molti scienziati che chiede di non manipolare embrioni e gameti.

Tanto dichiarano i Medici Cattolici Italiani con dati scientifici e in risposta alla Consulta che dice sì allo scarto di embrioni.

I medici cattolici invitano la comunità internazionale a non accettare che l’embrione umano sia ridotto a mero materiale biologico.

La società umana deve interrogarsi sulla genesi della vita e deve porre un argine alla preoccupante selezione eugenetica.

Roma, 12 novembre 2015

Boscia risponde a Galli della Loggia

Egregio Direttore,
l’editoriale di Ernesto Galli Della Loggia intitolato “Il fronte unico dei modernisti” e pubblicato dal Corriere della Sera lo scorso 13 febbraio ci sembra costituisca un contributo rilevante per tentare di qualificare e nobilitare un dibattito non apparso giustamente all’Autore all’altezza della complessità del tema.

Riteniamo, tra l’altro, particolarmente stimolante la riflessione di Galli Della Loggia in ordine alla scarsissima rappresentazione nei grandi mezzi di comunicazione mass-mediatica delle ragioni di quella parte dell’opinione pubblica del paese che non condivide, in tutto o in parte, la proposta disciplina sulle unioni civili. Corollario di questa osservazione è anche la constatazione di uno scarso approfondimento delle problematiche, così delicate, inerenti la regolamentazione delle unioni civili, cagionato da un confronto inesistente, così sterile, urlato ed assertivo, privo pertanto di contributi utili ad approfondire veramente la questione. La povertà del confronto si è sommata purtroppo, come ha rilevato opportunamente l’Autore, ad una posizione di sprezzante derisione e di supponente liquidazione delle opinioni tradizionaliste assunta dalle élites del paese, unanimemente indirizzate ad esaltare l’orientamento modernista.
Non volendo sfuggire ad un confronto razionale e ponderato che eviti la paventata deriva populista connessa all’accrescersi della frattura tra la consistente parte conservatrice dell’opinione pubblica e le élites politico-giornalistiche inizieremo con l’esprimere una prima perplessità sulla asserita natura assolutamente positiva di qualsiasi cambiamento, quasi che ogni innovazione dei costumi, della cultura e degli assetti sociali sia da accogliere con acritico compiacimento. In verità crediamo che un vero rinnovamento, che non respingiamo, possa essere positivamente produttivo solo se non distrugge ma anzi si ancora alla tradizione culturale propria del nostro paese.

In questo senso, siamo consapevoli della giustezza dell’esigenza di ampliare la sfera dei diritti individuali dei cittadini senza alcuna discriminazione in ossequio al principio di eguaglianza universalmente accolto, riconoscendo facoltà oggi non giuridicamente tutelate. Tuttavia non può l’ampiamento dei diritti non tener conto della sensibilità sociale generata dalle radici culturali proprie dell’Italia e nel cui contesto vadano ad incidere rischiando di eclissarne l’identità. Per non rinunciare al complesso valoriale che la connota occorre perciò preservare quel retroterra di costumanze che ha storicamente costituito il collante della società italiana e ne ha caratterizzato la
peculiarità, vale a dire il patrimonio della cattolicità, patrimonio senza il quale, piaccia o non piaccia, non si sarebbe sviluppata la civiltà italiana con tutti i connotati che la distinguono.
Né può sottacersi la difficoltà di attribuire alle unioni civili eterosessuali una tutela giuridica solida, atteso che queste sono caratterizzate dalla precarietà per scelta diretta dei protagonisti, i quali sembrano sfuggire dall’assunzione di responsabilità connessa al vincolo matrimoniale, quest’ultimo unico elemento idoneo ad attribuire certezza giuridica al fatto della convivenza onde farne scaturire, secondo modalità e circostanze non controverse, conseguenze giuridicamente rilevanti.

In pari maniera, l’assimilazione totale delle unioni civili al matrimonio ed alla famiglia tradizionale appare mistificatoria rispetto alla realtà fattuale che vede la famiglia naturale essere composta da un uomo ed una donna con la loro eventuale prole. Pertanto il pieno riconoscimento delle microcomunità costituite dalle unioni civili e la loro tutela giuridica non sembra possano indirizzarsi che alla protezione del rapporto affettivo instauratosi tra persone dello stesso sesso, senza confuse ed ambigue estensioni all’istituto familiare.
Infatti, incrinare il contenuto nozionistico della famiglia snaturandone i connotati non può alla lunga che incrinare l’impianto sociale complessivo del paese, il quale vede nella micro società familiare il cardine dell’assetto sociale. Né può tralasciarsi l’aspetto procreativo della comunità familiare che solo una famiglia tradizionale può esaustivamente assicurare fornendo alla società una prospettiva di equilibrio demografico anche per gli anni futuri. In questa ottica va altresì sottolineato che i figli sono il frutto della comunione di intenti tanto fisica quanto affettiva nella concezione della accoglienza.

In definitiva, nel momento in cui la sfera dei diritti soggettivi va ad incidere sulla collettività il loro riconoscimento ed esercizio non può non tener conto degli assetti sociali che ne possano derivare evitando pericolosi e nocivi squilibri, senza con ciò nulla togliere alle legittime aspirazioni di chi rivendica la tutela giuridica della propria relazione affettiva.

RingraziandoLa per l’attenzione Le invio a nome di tutto il Consiglio di Presidenza cordiali saluti.
(documento approvato dal Consiglio di Presidenza)
Il Presidente Nazionale
Filippo M. Boscia

Transessualismo

Cambiare sesso con la chirurgia può essere un brutto scherzo della medicina in risposta ad un brutto scherzo della natura.
Prof. Filippo M. Boscia

La scienza che è maestra di vita ci insegna che il transessualismo costituisce una realtà clinica ancora confusa e incerta che rientra nel grande capitolo delle variazioni dell’identità di genere.
Dopo 30 anni di intense ricerche nella clinica del transessualismo non si è ancora giunti all’identificazione dei meccanismi responsabili dell’alterata strutturazione dell’identità di genere. Le origini rimangono ancora per gran parte sconosciute e molto lavoro ci attende per trovare corretti inquadramenti psicologici e terapeutici.
Comunque trattasi di un complesso fenomeno biologico nel quale molti elementi sono ancora indefiniti e mancano risposte dirimenti.
Di certo il consolidamento dell’identità di genere per alcuni individui attraversa percorsi estremamente complicati e travagliati e tempi variabili.
La chirurgia di queste entità del sentire è in notevole espansione sia per la forte domanda, sia per la crescita di interresse degli operatori sanitari, associata alla disponibilità di presidi tecnologicamente avanzati.
Molti dei pazienti transessuali si orientano al miglioramento degli standard di cura.
Senz’altro il progresso scientifico è un’importante acquisizione per l’uomo e un enorme bene per l’umanità: non può e non deve essere fermato.
A fronte di una chirurgia sempre più in espansione, va certamente sottolineato che esistono moltissimi pazienti scontenti dopo tecniche di correzione, i cui esiti sono stati scarsi e inefficaci, altri che si sentono più appagati, altri con esiti chirurgici eccellenti sono infelici e anche desiderosi di ritornare alla condizione precedente!
Aimè questi fattori di parziale o totale efficacia/inefficacia confermano che quelle che noi oggi dichiariamo conquiste sono in realtà delle sconfitte e forse delle vere e proprie mutilazioni. Tanto più spesso si ha notizia che, a distanza, sono tragicamente vissute proprio da coloro che le avevano sostenute.
Oggi, anziché approfondire ogni opportuna ricerca o conoscenza su questo argomento si tenta impropriamente di seguire scorciatoie o vie giudiziarie per il riconoscimento di diritti e di doveri.
In questo contesto ogni rifiuto ad entrare e a completare o perfezionare codificati percorsi di cura deve essere fatto salvo. Ogni ritiro da qualunque programma terapeutico è diritto inalienabile di ogni persona e tale rigetto non esclude quanti da tempo inseriti in travagliati percorsi di orientamento.
Il pronunciamento giuridico credo promuova tale diritto, in quanto l’intervento non solo può essere inutile ma anche mutilante.
In proposito credo che ogni manipolazione della persona umana sia da considerarsi fuori della vocazione originaria dell’uomo: Occorre stare molto attenti perché sapere e potere nelle manipolazioni possono diventare dominio, soprattutto in sindromi cliniche, le cui origini rimangono in parte ancora sconosciute.
Sono convinto che ogni manipolazione e ogni modellamento artificioso debba rispettare la “legge dei confini”. La dignità dell’uomo e la legge dei confini emergono come criterio fondamentale tanto importante da non potersi mai eludere. Molti dei raccontati traguardi spesso si verificano e si celebrano in un’atmosfera di altissima tensione etica. Sono tanti i cosiddetti fattori di efficacia sempre proclamati, ma mai garantiti, con risultati in alta percentuale non positivi,o non più accettabili. Possiamo a ragione sostenere che ogni processo di riattribuzione sessuale deve essere profondamente meditato.
Voler a tutti i costi riaprire la vita al “migliore essere” di ogni “persona” è e rimane la più grande violenza sull’uomo, sulla donna, sul bambino!
Per gli psichiatri e per tutti i professionisti che partecipano a questo delicato percorso della medicina è assolutamente indispensabile, una guida etica che va continuamente emendata contro ogni forma di abuso.