" IL MOSAICO DELLA FELICITA' " DI FILIPPO BOSCIA

“Il mosaico della felicità” oscilla tra l’anima scientifica di Dario Cianci e quella poetica di Santa Fizzarotti Selvaggi

di Filippo Boscia

 

Un libro particolare che unisce la leggerezza della poesia alla serietà della
scienza. Da un lato l’anima poetica di Santa, in continua oscillazione tra sogno e realtà, dall’altro l’anima
scientifica di Dario, intenta a non farci mancare alcuna preziosa nozione. Una proficua collaborazione
nata da un incontro, al tempo stesso fortuito e fortunato, della curatrice professoressa Santa Fizzarotti
Selvaggi con l’altro autore professore Dario Cianci, purtroppo scomparso. Possiamo tranquillamente
affermare che il connubio, senza dubbio insolito, è molto ben riuscito. Infatti dappertutto traspare il
notevole impegno profuso, sia dall’uno che dall’altra, per le citazioni dotte.
Nel volume «Il mosaico della felicità» ( Levante editori, Bari, 2019) la prosa di Santa è un percorso
difficile che transita dai tanti ricordi mitologici alle originali interpretazioni personali. A partire dalla
“materia vivente che si fa corpo e corporeità generata da elementi primordiali: l’acqua, l’aria, la terra e il
fuoco”. (32)

 

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FILIPPO BOSCIA : Nonni in marcia verso la modernità

Nonni in marcia verso la modernità

 

di FILIPPO MARIA BOSCIA

 

 Carissimi amici, la nostra età, che per tutti avanza in modo inesorabile, ha un grande merito: da sempre accompagna la storia dell’umanità. La nostra età accompagna la nostra strada, una strada fatta di emozioni, di ricordi e di progetti di tenerezza e commozione, è fatta di poesia! E’ come uno splendido romanzo che piano piano si concretizza, illuminando tante splendide immagini che in tanti anni hanno seguito le più varie e complesse manifestazioni della nostra vita, dai momenti più antichi a quelli più recenti, dai momenti più faticosi ai momenti più festosi.

Potremmo dire che la nostra vita è fatta di tante immagini, di tante fotografie, che hanno un significato profondo perché scattate nell’ambiente che ci ha circondato e che nella contemporaneità ci circonda, ovunque,  nella scuola, nella società, ma soprattutto nella famiglia, ove si sono celebrati e ancor si celebrano tutti quegli splendidi riti di passaggio che condizionano tutte le fasi della nostra esistenza dal primo tenero vagito all’ultimo respiro: grandi ed emozionanti dinamiche esistenziali, percorsi comuni di crescita  nei quali si intersecano piacere e benessere, dolore e sofferenza.

In questi percorsi che sono percorsi di gioia, ma anche percorsi di fatica, di dolore o di inabilità, di sofferenza, di fragilità, le foto rappresentano le perle della nostra esistenza. Perle di una esistenza nella quale il ricordo dei luoghi dove abbiamo abitato da sempre si fa vivo e vitale. E’ là che  abbiamo allevato i nostri figli, è là che abbiamo intessuto  percorsi d’amore, formato le nostre famiglie con il nostro coniuge, con un compagno, con i nostri fratelli, con i nostri amici, con i nostri genitori, per quel lungo o breve periodo che ci sono stati accanto!

Le fotografie sono il fermo immagine di luoghi privilegiati, ricchi di ricordi, di fatica, di lavoro, di tutoraggio di giovani allievi e collaboratori e di tanto altro ancora.

Le fotografie ci insegnano tanto. Ci insegnano che occorre lasciare spazio alla cura dell’amore, sia nei momenti di gioia, sia in momenti di lacerante esperienza.
Quella grande invenzione che è stata la fotografia ci aiuta a ricordare tutte le nostre condizioni esistenziali, ma anche tutte quelle condizioni che hanno bisogno di ricercare un senso, di apprezzare un significato! Credo di poter affermare che la nostra memoria, per buona che sia, con gli anni si rivela un po’ fallace. L’oblio cestina molti ricordi!

Proprio partendo da questa ultima considerazione, io vorrei trasmettervi con affetto e con energia un messaggio: se vogliamo mantenerci umani occorre non perdere le radici e le radici non sono un corpo statico, ma una realtà dinamica che dà vita e reca frutti.

Attraverso la memoria avviene la consegna di storie, speranze, sogni ed esperienze da una generazione ad un’altra. Non c’è futuro senza il radicamento nella storia vissuta e questo è un elemento estremamente importante soprattutto nella società attuale che vede logorato il senso di appartenere ad una storia e anche ad un’identità, cosa, questo logoramento che mette a repentaglio lo stesso passaggio dei valori e della fede tra generazioni.

In questa inevitabile vicenda umana le fotografie ci fanno rivivere tanti momenti della nostra vita: guardando ogni immagine ed esplorando ogni piccolo particolare riusciamo sempre anche a riconoscere persone lontane e a rivivere emozioni: è il classico tuffo al cuore! E la nostra condizione esistenziale viene condotta a capire quale può essere il senso della nostra vita e, poiché la vita va avanti, dobbiamo cercare di individuare il miglior modo per vivere meglio quei complessi processi di trasformazioni del nostro corpo, della nostra psiche, del nostro modo di essere, del nostro modo di vestire, del nostro modo di accarezzare, di abbracciare, di fare comunità.

Le foto più  opacate, stropicciate e sbiadite dal tempo forse sono le più preziose perché ci consentono di prendere coscienza della nostra fragilità, del nostro essere al tempo in cui siamo e ci consentono di riconoscerci e gioire di quello spazio di vita che il tempo ci ha consentito di vivere in piena dignità umana.
Sia le foto più antiche che quelle più recenti sono sempre, anche se stropicciate, splendide immagini e ci insegnano tanto. Ci consentono anche di salutare le nostre belle mamme o i nostri austeri padri, ormai scomparsi, ma ci consentono anche di guardare, di rimirare e apprezzare il sorriso e gli sguardi dei nostri figli e dei nostri nipoti o pronipoti a noi contemporanei.

Cari amici quante volte ci sarà capitato di trovare fotografie, pizzini, appunti un po’ sgualciti e ingialliti dal tempo in una scatola di cartone, quella delle scarpe, o in un contenitore di latta un po’ arrugginito, quello della Colussi o delle gourmandise che avevano contenuto  biscotti o cioccolatini, o quelle più grandi Motta o Alemagna,  quelle dei panettoni, o delle torte profumate.

Le scatole di latta racchiudono tanto spesso, direi sempre, un tesoretto: sono cariche di meraviglie,  sanno di sorprese (che ci sarà dentro?), sanno di tenerezza. Sono quelle degli anni 40-50, che contengono tutto o niente, dalle cartoline postali, alle buste affrancate, a francobolli, ritagli di giornale, lettere, foto ecc.  Oggi chi scrive più lettere?

Allora come in una riunione di Natale o Pasqua, se c’è ancora famiglia, tutti intorno a curiosare, ad arrovellarci e sforzarci per dare un nome a volti conosciuti ma ormai dimenticati.

Questo lo conosco, questa me la ricordo… ma come si chiama?

Quest’ altro grassoccio sarà il nipote di Giovanni…non era sposato, che fine avrà fatto? Costruiva giocattoli di legno per bambini… Noi ne avevamo diversi  a casa… Ora li avranno distrutti… erano molto belli!

Ancora, quante volte ci siamo intrattenuti a rimirare come eravamo. Quante volte abbiamo fatto il commento… vedi come si è ridotto… era un bel giovane, ora è diventato un cofano… anche la moglie si è trasformata, da grande civetta che era… E la nonna…, era una bella donna, appariscente,  ma chissà ora quanti anni avrà… forse sarà morta?

Quante volte abbiamo ricordato le nostre piccole grandi vigilie tra cartellate, fave arrostite, panzerotti e tombolate? Sono tutti ricordi emozionanti dai quali viene l’invito, anzi direi quell’incoraggiamento da rivolgere, in special modo ai giovani, ma anche ai non più giovani, ma soprattutto ai più piccoli, agli uomini e alle donne di domani, di scattare, stampare e conservare tante foto in special modo quelle con i nonni! Occorre farne tante, anche troppe… per tener desti memorie e sentimenti, affetti e ricordi. Occorre riprogettare i luoghi del ricordo.

Su questo mio amarcord ho sentito tante persone. Per verità molti mi hanno censurato, loro con visioni più prospettiche e non più legate al passato mi hanno sottolineato di non voler riscoprire quegli  aspetti limitativi o peggiorativi delle precedenti condizioni di vita, che sicuramente in tanti abbiamo attraversato. In contrapposizione a costoro io riaffermo che proprio oggi quando non riusciamo a digerire i cambiamenti avvenuti, nel bene e nel male, proprio oggi ne abbiamo bisogno perché riducendosi in noi molte potenzialità fisiche, psichiche e motorie ne sentiamo la necessità. Credo che in tanti desideriamo ricercare straordinari momenti di pausa. Personalmente, vedendo le foto dei miei nonni, ho sempre trovato un costante arricchimento: in me si sono attivate ulteriori emozioni ed ho elaborato splendidi sentimenti di gioia. Ho visto tante foto, anche quelle scattate all’estremo limite della loro esistenza, ma mai, in questo pur triste momento, mi sono intristito. Non ho nemmeno fatto riflessioni sulla condizione di vecchiaia che ha da sempre accompagnato la nostra storia, che è quella dell’umanità, quella dei miei compagni, dei miei nonni, dei miei genitori, dei miei amici. Lo stimolo che ho avuto è stato quello di iniziare a riflettere sulla preziosità, non della vecchiaia ma della longevità, che è ben altra cosa  in un mondo che complessivamente invecchia. Si parla spesso e impropriamente di vecchiaia: io vi voglio prospettare il bene dell’essere longevi.

Ho trovato che la longevità è un fatto molto bello! Vedete: Personalmente in quelle foto sono riuscito a ritrovare il senso della serena longevità a riconoscere il frutto della intelligenza, del saper fare, del saper essere dell’umanità, della creatività. Rivedere le foto mi ha fatto molto bene!

In questo momento noi nonni siamo in una particolare fase della vita in cui le emozioni diventato diverse: a seconda dei nostri umori e delle nostre  visioni possono essere splendide oppure  deprimenti, ma sempre esprimono una dimensione esistenziale di grande valenza.

In realtà il tempo che passa modifica sì il nostro corpo, i nostri lineamenti, le nostre sembianze, il nostro rapporto con il mondo e con la storia, ma tutto questo, poco ci importa! In ogni caso le foto ci aiutano ad interpretare la nostra esistenza e ad individuare la stretta inter/dipendenza dai tanti aspetti e momenti della nostra vita. Non sto facendo tristi ragionamenti di corto respiro, ma vi sto dicendo che possiamo essere autori di una visione storica e al tempo stesso prospettica: vivificati da questa visione e purificandoci dagli scarti del nostro mondo, andiamo felicemente incontro a positivi cambiamenti e così non facciamo mai morire la speranza.

La visione di queste foto ci aiuta anche a rendere più facile la gestione di una vita complessa in ogni momento della nostra vita. C’è chi lo vede come processo sfavorevole di quel cambiamento, ad esempio le rughe, i capelli bianchi ecc. legato al progressivo trascorrere del tempo. Io non la vedo così. Interpreto l’epoca della vita che sto vivendo come la più privilegiata epoca della mia esistenza perchè riesce ad apportare al mio essere a volte inquieto, esperienza, saggezza e pacificazione.

Sì, la mia è una visione sempre positiva, nonostante in questo tempo molti si sentono soggiogati da idee ibride che comunque continuano a far tendenza in un mondo, tremendamente opacato e soffocato  da una visione economicistica della vita. L’economia di mercato ha fagocitato l’etica e l’ha anche digerita! Ed ha portato con sé un inquinamento sociale, un inquinamento e una distruzione di quel limpido fiume antropologico che eravamo abituati a rimirare.

Qualcuno si sentirà ingabbiato dall’angoscia e da situazioni di buio o dall’ansia o dal dolore o da altri sentimenti, ma ricordatevi amici che se noi riusciamo a tenere davanti a noi una porta costantemente aperta, anche se non spalancata, riusciremo a rivedere la luce. Basta uno spiraglio e la luce entra, anche solo da uno spiraglio.

La luce è in grado di penetrare nel buio più fitto delle nostre nostalgie e farsi largo, sicchè oggi voglio rivolgere a tutti voi il più affettuoso invito ad individuare ogni possibile punto  fisso di gioia e di serenità per continuare a vivere con persone a noi care, sperimentando che l’amore gratuitamente ricevuto viene restituito con più forte valenza! Quell’amore è capace di far scomparire qualsiasi dolore, trasformandolo in gioia, ma anche la solitudine, vero mastro della nostra età contemporanea.
In questo senso e con questo auspicio noi possiamo considerarci più fortunati di chi ci ha preceduto fino a poco più di un secolo fa. In quell’epoca per tornare indietro con la mente non avevano molto per ricordare:  Allora potevano solo far ricorso alla pittura che non sempre però era una fedele riproduzione della realtà vissuta: molte erano le riproduzioni della realtà, pochi gli stupendi quadri simili a quelli del Canaletto . Pensandoci bene allora era proprio insolito poter vivere dei ricordi, si moriva prima, non c’erano le fotografie, non c’erano immagini da essere riprodotte, esisteva solo il racconto. Ogni rito di passaggio non poteva essere immortalato nelle foto per essere poi alla portata di tutti: chi poteva permettersele?

Oggi la fotografia è esplosa, forse è anche diventata virale, comunque è un fenomeno di massa. Lo scatto decisivo è iniziato e va verso l’innovazione tecnologica, registrandosi una maggiore tendenza verso il cliccare e il navigare. Ora attraverso sofisticatissimi smartphone abbiamo fatto un salto significativo: siamo passati da gruppi di famiglia rigorosamente in posa per occasioni speciali come matrimoni, battesimi e comunioni, alla libertà di tante istantanee, tanti selfie in grado di fermare attimi fuggenti, incontri, strette di mano, sorrisi, pianti,  baci. Siamo spinti inesorabilmente con la fotografia ad immortalare la vita per quella che è con le sue gioie e le sue tristezze. Fissiamo l’istante, anche se poi è brutale o agghiacciante (ricordiamo gli scatti delle Torri Gemelle), fissiamo il sentimento, fissiamo l’attimo, il momento. Oggi più che mai abbiamo migliorato la nostra esistenza perché forse quel fermo immagine, quel fermo istante ci può aiutare a ricordare, nel futuro, come eravamo, come erano i nostri nipoti, come erano i nostri genitori: belli o brutti non importa, ma quel che ci interessa di più è che l’immagine che ferma il sentimento ci aiuterà nel tempo moderno a ricordare anche dopo tanto tempo affetti e ricordi.

Attraverso il nuovo modo di fotografare la realtà e attraverso i fermi immagine forse noi potremmo continuare a sentire una scossa di giovinezza, una verità che ci fa fare un salto tra il vivere male e il vivere bene che ci allevia da esistenze penose e doloranti o da esistenze da vivere con coraggio, facendoci entrare in un clima completamente diverso. Tutti speriamo  in una solidarietà sociale che sia sostegno, stimolo psicologico, affettivo e amorevole: Ma solo attraverso le tenerezze familiari la vita, pur se  intangibile, continuerà a meritare di essere vissuta.

Queste mie considerazioni riguardano lo stesso tema scelto da papa Francesco per la 54^ giornata mondiale delle comunicazioni sociali che si celebrerà l’anno prossimo nel 2020 e che ha per titolo una frase rilevata da Esodo. 10.2 “Perché tu possa raccontare e fissare nella memoria. La vita “si fa storia”.  Vedete, in modo casuale stiamo proprio usando le stesse parole…

Nell’annuncio diffuso qualche giorno fa dalla Sala stampa Vaticana è scritto: “Con la scelta di questo tema, tratto da un passo del Libro dell’Esodo, Papa Francesco sottolinea come sia particolarmente prezioso, (nella comunicazione), il patrimonio della memoria”.

E continua: “Tante volte il Papa ha sottolineato che non c’è futuro senza radicamento nella storia vissuta. … Attraverso la memoria avviene la consegna di storie, speranze, sogni ed esperienze da una generazione ad un’altra”. E i nipoti ricorderanno con affetto i giorni belli trascorsi con i nonni.
Spero che le fotografie con i nostri nipoti non ci manchino mai!

… Così, guardandoci intorno,  girando un po’ il mondo, potremo nel nostro mondo incontrare sorrisi e sentimenti sbocciati, la sorpresa nel salutarci, nel rievocare contatti umani! per riuscire ad intenderci, per vivere al di là di linguaggi, costumi e tradizioni differenti, con uno sguardo attento anche alla multietnicità.
… Nonne e nonni  seguiranno i nipoti ancora teneri e poi, guardando il più piccolo,  già divenuto grande, lo ammireranno e si sentiranno orgogliosi, ma anche protetti…   “Sono il nonno di…”
…Attiveremo ricordi e pensieri vissuti nel silenzio, da leggere e interpretare, pur su volti immobili, eppure pieni di vita.
Ricordi e pensieri, già vissuti con altri occhi, si trasferiranno nel nostro sguardo contemporaneo per raccontarci una nostra più lunga storia e lasciarcela nel cuore…
… Ci faranno rivivere amicizie, più che mai essenziali, soprattutto quando altri legami saranno scomparsi; amicizie vissute lavorando, raccontandosi piccole cose di ogni giorno, ritrovando in un caffè o in una strada il senso di un incontro, per scambiarsi piccoli segreti e darsi piccole speranze…
… Ci ritroveremo a vivere  giornate intense, incantandoci di fronte alle bellezze della natura, quasi ad inseguire un sogno di speranza sempre vivo.
… Le foto di chi ci avrà preceduto ci indurranno a preghiere e linguaggi inusuali, sacrali e suggestivi, a riti antichi e sempre ripercorsi, riti che ci hanno accompagnato nel nostro lungo camminare, alla ricerca di purezze ritrovate. Riti legati alla nostra terra, riti dei giorni di festa, riti di alleanza, di mani che ti stringono forte e di abbracci che esprimeranno sempre gioia e festa, ma anche preghiere.
Condensando  “in progress” lo splendido rapporto affettivo-culturale nonni/nipoti e nipoti/nonni vorrei con Benjamin Franklin concludere queste mie riflessioni:


“Dimmi e io dimentico
Mostrami e io ricordo
Coinvolgimi e io imparo”

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CASO LAMBERT: COMUNICATO STAMPA ED INTERVISTA RADIO1 DEL PRESIDENTE AMCI PROF. FILIPPO BOSCIA

Il caso Lambert anche a non volere ci interpella e ci obbliga a riflettere per cercare delle risposte. La medicina in ogni suo ambito e specie in quello che concerne la Vita, ha la doverosa esigenza di  promuovere l’uomo in quanto persona, di custodirla, soprattutto di difenderla da chi la minaccia, l’aggredisce la strumentalizza e la elimina.

Nel caso Lambert si è consumata  una ulteriore aggressione alla vita sotto la spinta di un relativismo etico ormai diventato imperante.

L’AMCI desidera sottolineare la fatica della professione medica in questi delicati ambiti e desidera inserirsi con ampia testimonianza di fede  nei molti diffusi faticosi che quotidianamente si aprono ad interrogativi, perplessità, dubbi,  angosce e tentazioni.

L’AMCI dolorosamente  prende atto di questa ulteriore tremenda ambivalente sfida che stiamo vivendo  che se da un lato porta uno sviluppo tecnico scientifico sui problemi della difesa della vita dall’altro mostra atteggiamenti chiaramente aggressivi contro l’uomo e contro il vero bene.

L’AMCI condanna questi modelli culturali inaccettabili perché riducono la vita umana alla  sua sola realtà biofisiologica facendo prevalere una  concezione materialistica e  consumistica promossa dalla tanto ambita qualità di vita.

L’AMCI ribadisce che il medico è custode e servitore della vita umana sempre,   e tale deve rimanere nella sua missione anche laddove il pluralismo culturale faccia emergere l’esistenza di più visioni del mondo, di più stili di vita, sempre orientati al relativismo culturale.

L’AMCI si inchina comunque  in nome della Croce di Gesù ad ogni sofferenza e malattia che crea fragilità e disorientamento e invoca il dono per tutti i medici  di guardare alla malattia, alla sofferenza e al dolore tenendo sempre presente  le grandi lezioni di fede di fiducia e di speranza che umanamente desideriamo trasmettere ai  pazienti prendendoci fino in fondo cura di loro.

                                                                                                           Filippo  Maria Boscia

Roma 11 luglio 2019

 

Link all'intervista su RADIO1 al nostro presidente Filippo Maria Boscia (dal minuto 11.00)

https://www.raiplayradio.it/audio/2019/07/TRA-POCO-IN-EDICOLA-4a2f7f32-ccca-41e4-ac2a-eb5877254d89.html

 

 

BOSCIA : DAL CNB PARERE INOPPORTUNO, LA VITA NON VA MESSA AI VOTI! (su Agenzia Sir del 2 agosto e Avvenire del 1 agosto 2019)

Suicidio assistito: Boscia (Amci), “incompatibilità tra l’agire medico e l’uccidere”

Agenzia Sir 2 agosto 2019  

  “Una fredda elaborazione dottrinale, esposizione di pareri concettuali diversi, raccolta di opinioni dei consultori che esprimono non solo la loro personale dottrina, ma anche vissuti emozionali personali, che possono spingerli ad esprimersi a favore di una tesi o di un’altra”. Così Filippo Boscia, presidente nazionale dell’Associazione medici cattolici italiani (Amci), sulle “riflessioni bioetiche sul suicidio medicalmente assistito” espresse dal Comitato nazionale per la Bioetica.

A suo avviso, è “indispensabile” uscire da “possibili ambiguità etiche” o da “complesse definizioni” per “riaffermare che: la vita umana non è da mettere ai voti, non esiste un diritto a morire, non esiste il diritto di essere uccisi, lo Stato deve garantire a tutti i più alti livelli di assistenza sanitaria e il sostegno in tutte le fragilità, i medici sono chiamati a un supplemento di saggezza affinchè non vadano a proporre trattamenti quando questi non giovino”. La tesi espressa da Boscia è che “ai medici non può essere assegnato il compito di causare o provocare la morte”. “Essi hanno l’obbligo di indicare la proporzionalità delle cure, avendo un attento sguardo alla storia naturale della malattia”.

Quindi, il presidente dell’Amci ribadisce che “tutti i medici cattolici rappresentano l’assoluta incompatibilità tra l’agire medico e l’uccidere perché chi esercita la difficile arte medica non può scegliere di far morire e nemmeno di far vivere ad ogni costo, contro ogni ragionevole logica”. I medici cattolici ribadiscono, infine, l’importanza delle “cure palliative indirizzate al dolore e alle sofferenze per alleviare il dolore, mantenendo i malati terminali in un percorso esistenziale, sostanziato al massimo da rapporti umani ed affettivi”.

NB : si allega anche l'articolo di Avvenire del 1 agosto con intervista completa al Presidente Boscia

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COMUNICATO AMCI: NOA POTHOVEN E LA SCONFITTA DELLA NOSTRA SOCIETA'

L’Associazione Medici Cattolici Italiana è dolorosamente accanto al mondo della fragilità e denuncia la mancata prevenzione e la mancata messa in atto di interventi appropriati, in sostegno e in aiuto ai più deboli. Ogni Stato è titolare di una funzione principale, deputata ad aiutare gli individui e ad alleviare le loro intime sofferenze con ogni mezzo  a disposizione. Uno Stato che si rispetti deve obbligatoriamente aiutare quegli individui che vogliono morire a scegliere di vivere.

La storia di Noa Pothoven e il suo epilogo interpellano il mondo intero! E’ una storia, quella di Noa, che richiama  vergogna su tutti coloro che avrebbero dovuto opporsi ed imporsi e non l’hanno fatto. Siamo sicuramente di fronte ad un caso di suicidio assistito, del quale l’ingrediente di base è il dolore mentale insopportabile, determinato dalla vergogna, dalla colpa, dalla rabbia, dalla solitudine e dalla disperazione.

Siamo di fronte ad una vera e propria sconfitta di una società, continuamente in cerca di orientamento, incapace di dare senso alla solitudine, alla rabbia e ai sensi di colpa. Sì questa è la storia del male di vivere, fatto di solitudine e di emarginazione, cui è mancato in modo assoluto quell’ingrediente di amore che nelle più controverse condizioni psichiatriche può rappresentare l’unica terapia salvavita.

  • Sconfitta è la medicina incapace di dare sostegno a quell’insopportabile dolore psicologico, determinato da bisogni  frustati e negati e per i quali l’unica via di uscita è stata la morte,  peraltro annunciata. La sconfitta della medicina è ancora più cogente perché sempre più si  parla di relazione, sempre più ci si riempie la bocca nel proclamare che va promossa e valorizzata la relazione di cura e di fiducia tra medico e paziente e che il tempo della comunicazione tra medico e paziente costituisce tempo di cura, e sempre più ci si trova sguarniti di fronte a queste tragedie. E’ una certezza che l’alleanza terapeutica qui non abbia per nulla funzionato. Non hanno funzionato nemmeno le tecniche concomitanti perché è la medicina che si è stancata nella società attuale di sostenere le esistenze avare e faticose e che si limita con enfasi ad assistere al suicidio, codificando la sua presenza in quel contesto come forma di assistenza, divenuta vergognosa testimonianza di una incapacità a gestire situazioni borderline.  E’ quella  stessa medicina che si lamenta della carenza normativa rispetto alle condizioni di fine vita ma che non si è fatta carico di tutte quelle competenze emotive, pregiudizievoli all’atto di fine vita.

  • Sconfitta poi è la scienza che parla e sproloquia ma mai incorpora nella sua ricerca interventi appropriati per prevenire l’esplosione di queste umane fragilità e di queste umane esistenze che si frammentano in schegge impossibili da mettere a posto.

  • Sconfitti siamo tutti noi che proclamando adattamenti passivi inutili abbiamo zittito le nostre coscienze.

  • Sconfitto è tutto il mondo perché in questa storia che sintetizza il male di vivere, fatto di solitudine e di emarginazione è mancato in modo assoluto quell’ingrediente di amore che nelle più controverse condizioni psichiatriche può rappresentare l’unica terapia salvavita.

  • Sconfitte sono tutte le realtà umane e laiche che mostrano la loro incapacità ad agire nelle situazioni di fragilità, di dolore e di depressione per porre conforto e conseguentemente elaborare percorsi di sostegno.

    Siamo davvero in una società in declino nella quale anziché produrre sollievo alle sofferenze siamo capaci solo di aiutare a gestire la fine della propria vita.

    Quella decisione, che molti affermano essere stata presa in libertà, in autonomia, in autodeterminazione era una urgente, grave richiesta di aiuto, proclamata ad alta voce e per nulla esaudita… e in mancanza di aiuto si è trasformata in una pianificazione anticipata della morte.

    La vergogna per la nostra società è che parliamo di preferenze del paziente, come se stessimo ordinando un pranzo, per poi assistere inermi quando proprio a noi tocca di occuparci di quelle problematiche cogenti che coinvolgono la persona umana e tutti gli attori che assistono al dramma di chi muore per un dolore silenzioso.

    La medicina fa statistica, descrive le caratteristiche di questi soggetti, si orienta ad individuare le fasce di età più a rischio e tante altre cose insieme, ma è incapace di stendere un mantello di protezione che dovrebbe rappresentare  importante sinergia in ogni risposta aiutante. La realtà è che si è spezzata vergognosamente ogni dimensione etica nel rapporto di cura. Si è spezzata la circolarità e la consapevolezza di quella realtà arricchente che è la realtà tecnico-medico-psico-sociale orientata al bene reciproco. E’ spezzata la spiritualità che non si identifica più in un’appartenenza religiosa, ma che è mediata dalla cultura e si risolve in un rapporto personale profondo, non più intimamente connesso a relazioni di speranza.

    Annientati sono i sentimenti, le motivazioni, le aspettative, i ruoli, forse diventati tutti meccanismi di compromesso, di razionalizzazione e di negazione del problema. La evoluta Europa indossa a partire da oggi una maschera nera e bieca,  predisponendosi ad un vergognoso esodo da quel dolore che strappa l’animo,  infrange la vita, proclamando a gran voce di aver appositamente addestrato i medici a fornire prestazioni nei suicidi assistiti.

    L’AMCI alza la voce per comunicare al mondo intero che questi pazienti sono uccisi da società economicamente opulenti, assolutamente incapaci e indisponibili a prendersi cura dei più fragili!

     

    5.6.2019

                                          Prof. Filippo M. Boscia

                                     Presidente Nazionale AMCI