23Giugno2017

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"Biotestamento": posizione ufficiale AMCI

 

Il 20 aprile u.s. la Camera dei deputati ha approvato in prima lettura, ora quindi all’esame del Senato, il DDL sul cosiddetto “biotestamento”, denominato “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento”, con 326 sì e 37 no.
Come si evince dal titolo, i temi principali trattati sono il consenso informato (art. 1), in cui si definiscono le modalità, i criteri, la validità, la legittimità, ecc.; e le disposizioni anticipate sui trattamenti terapeutici ed assistenziali della persona quando verrà a trovarsi in una condizione di incapacità di intendere e di volere (art. 4). Ma nel DDL si fa riferimento tra l’altro anche alla terapia del dolore e all’accanimento terapeutico (art.2) ed alla pianificazione condivisa delle cure (art.5).
Molti e diversi gli aspetti contraddittori e controversi.
L’impianto della legge pone, a nostro parere, l’accento maggiormente sull’autodeterminazione del paziente, facendo riferimento in particolare al secondo comma dell’art. 32 della Costituzione (…nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge…).
E’ vero che l’art. 1 riguardante il consenso informato, al comma 1 enuncia che la presente legge “tutela il diritto alla vita, alla salute, alla dignità e all’autodeterminazione della persona” (e così sembra anche un esplicito rimando al comma 1 del citato art.32 della Costituzione “la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività…”), ma ciò nonostante, crediamo che prevalga una visione individualista sia nella malattia, sia nel fine vita, per non dire nel rapporto dell’ammalto col medico. Vi è uno sbilanciamento verso l’autodeterminazione del paziente.
Se la libertà della persona e il conseguente principio di autonomia, che significa: ciascuno decide liberamente rispetto alla propria salute o malattia (ma anche circa la propria e l’altrui morte? potremmo domandarci), viene assolutizzato e non è collegato e subordinato al perseguimento del maggior interesse o meglio del maggior bene per la persona stessa (che si esplica nel principio del favor curae e del favor vitae), di fatto si viene a creare una (pericolosa) contrapposizione tra il paziente e il medico.

L’autodeterminazione personale assoluta e intangibile che si spinge anche alla rinuncia delle terapie salvavita, può arrivare fino alla richiesta di “aiuto a morire”, magari con l’intervento del medico?

Se finora il principio della indisponibilità della vita era assicurato e garantito dallo Stato libero, democratico e aconfessionale, ora sembrerebbe che viene statuito, non il diritto o il dovere di curarsi o non curarsi (che è previsto dal consenso informato), ma la possibilità di una disponibilità della vita stessa per il singolo, attraverso magari una surrettizia forma di suicidio assistito quando il pz. decide di interrompere per esempio l’alimentazione e l’idratazione artificiale senza giustificazione alcuna, e chiedendo al medico contemporaneamente di essere sedato.

Il venir meno del principio dell’indisponibilità della vita, che da assoluto diventa per legge derogabile attraverso l’autodeterminazione personale, crea a nostro giudizio un grave vulnus alle basi stesse della democrazia e del bene comune, perché lede i principi di solidarietà e di giustizia verso intere categorie di persone fragili: i malati cronici, gli anziani, i disabili, i malati di mente, i morenti di cui lo Stato potrebbe negare forme di assistenza e di tutela.

Lo Stato quindi, che dovrebbe tutelare la vita, è perciò quello che in effetti più di ogni altro l’abbandona.

A ben vedere il diritto si troverebbe in una contraddizione: il “diritto alla salute e alla vita” e alla sua indisponibilità, si potrebbe considerare compiuto con l’affermazione di un “diritto a morire”.

Indubitabilmente il consenso informato rende l’atto medico (giuridicamente) legittimante e lecito e da cui non si può prescindere: il potere d’intervento di diagnosi e cura del medico è possibile solo dopo un’approvazione esplicita, attuale, libera e formale del paziente, come universalmente acclarato dai vari pronunciamenti e sentenze della Cassazione Penale, ma anche dalla Convenzione di Oviedo, dalla Costituzione Europea, dal Comitato Nazionale per la Bioetica e dal Codice di Deontologia Medica.

Tra l’altro è previsto nella legge che “nelle situazioni di emergenza o di urgenza il medico e i componenti dell’équipe sanitaria assicurano le cure necessarie, nel rispetto della volontà del paziente ove le sue condizioni cliniche e le circostanze consentano di recepirla”, a sottolineare che in questi casi potrebbe essere difficile recepire il consenso stesso – che come recita il comma 4 dell’art. 1, “acquisito nei modi e con gli strumenti più consoni alle condizioni del paziente, è documentato in forma scritta o attraverso videoregistrazioni o, per la persona con disabilità, attraverso dispositivi che le consentano di comunicare” – ma ciò che è importante è che è statuito che in quelle situazioni il medico e l’equipe sanitaria assicurino le cure necessarie.

Diversamente, il medico sarebbe perseguibile penalmente per una serie di reati gravi che vanno dal “rifiuto di atti d'ufficio (art. 328 c.p.), all’ ”omissione di soccorso” (art 593 c.p.), dallo “stato di necessità” (art. 54 c.p.), al “non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo” (art. 40 c.p.).

Ma si fa riferimento dai fautori del principio di assoluta autodeterminazione della persona soprattutto agli art. 2 e 13 e del già citato art. 32 comma 2 della Costituzione.

Quindi, pur volendo ammettere una legittimazione giuridica al rifiuto/rinuncia delle cure, non si può negare che nei casi delineati si presentino gravi interrogativi, in tutta la loro drammaticità e problematicità, alla coscienza personale, soprattutto a quella del medico per terapie proporzionate ed ordinarie mentre quelle non proporzionate o inutili o futili o straordinarie o rischiose o onerose sono moralmente, giuridicamente e deontologicamente illecite, configurandosi come accanimento terapeutico, che va in ogni caso condannato e respinto.

Il problema si acuisce ancor di più nel caso di persona incompetente, che non può a causa del suo stato assumere decisioni e autodeterminarsi.

In tal caso la sua tutela è sì in capo ad un fiduciario ma, a parer nostro, è rilevante la figura del medico nella sua specifica “posizione di garanzia”, espressione della tutela della persona fragile riguardo alla sua vita e alla sua salute, sempre nel rispetto
della dignità della persona, contro ogni intento eutanasico da un lato e contro ogni procedura di accanimento o di abbandono terapeutico dall’altro.

Ciò emerge ancor di più, alla luce dell’art.3 della legge, riguardo al minore, all’interdetto e all’incapace, quando il consenso informato al trattamento sanitario è espresso rispettivamente, dagli esercenti la responsabilità genitoriale o dal tutore o dal rappresentate legale o dall’amministratore di sostegno.

E se è pur vero, come recita la legge, che il consenso ha “come scopo la tutela della salute psicofisica e della vita del minore nel pieno rispetto della sua dignità”, a maggior garanzia della protezione della persona fragile e per evitare abusi, a parer nostro, il legislatore doveva prevedere, (oltre il ricorso obbligatorio al giudice tutelare in caso di controversia tra quelle figure e il medico), anche e sempre il ricorso all’autorità giudiziaria, magari meglio se preceduto da un parere di una commissione medica istituita dalla struttura ospedaliera o dalla ASL, quando trattasi di rifiuto di terapie salvavita o dell’idratazione e alimentazione.

L’aver inserito nella legge che si possa revocare il consenso prestato a qualsiasi terapia, includendovi e dichiarando tali la nutrizione e l’idratazione artificiali, significa che d’ora in poi queste siano considerate, sempre e comunque e in ogni caso, trattamenti sanitari e quindi come tutte le terapie esigere il consenso informato.

Ciò risulta non ammissibile o quanto meno non condivisibile e in ogni caso problematico, perché bisogna riconoscere che nella stragrande totalità dei casi esse sono cure ordinarie e rientrano nell’assistenza che si deve alla persona di cui certamente lo Stato, il medico, la famiglia sono tenuti a farsi carico.

E’ indubitabile che per diverse categorie di ammalati o disabili la nutrizione e alimentazione artificiali sono indispensabili per il mantenimento in vita del paziente stesso.

E tra l’altro il legislatore non ha voluto tenere in considerazione la estrema variabilità del quadro clinico (pz. acuto, cronico stabilizzato, disabile, morente, ecc. ) e le diverse patologie a cui la NIA è utile, efficace e in taluni casi indispensabile per evitare l’exitus e che rendono perciò estremamente problematico l’inserimento di esse nelle DAT.

Invece, potendosi sottrarre il paziente all’idratazione e all’alimentazione artificiali, si avrà un intento eutanasico quando tale rinuncia non sia giustificata (né dalla sproporzione rispetto ai risultati attesi, né dalla straordinarietà, gravosità, invasività della tecnica), cosicchè non si morirà a causa della malattia che fa il suo corso ma appunto per disidratazione e denutrizione.

Pertanto, da quanto esposto, il legislatore poteva non includere la NIA tra i trattamenti sanitari e poteva invece a nostro giudizio, indicare che la nutrizione ed idratazione artificiali sono sempre dovute alla persona disabile e ad ogni ammalato, tenendo conto delle varie condizioni cliniche in cui si possa venire a trovare, finchè esse risultino utili e proporzionate ai benefici attesi e non siano gravose per il paziente.

Anche il rapporto medico paziente nella presente legge viene alterato.

Difatti non c’è traccia del termine “alleanza”, che significa condivisione di obiettivi nel reciproco rispetto e che meglio definirebbe quel mirabile incontro, umano prima che professionale, tra “una fiducia e una coscienza”, sostituita da una “relazione di cura”, che certamente deve sempre essere promossa e valorizzata, ma tale relazione, magari intesa in forma impersonale e burocratizzata, si dice nella legge, è basata “sul consenso informato”.

Riteniamo che ciò tradisce una concezione meramente contrattualistica della professione medica e del rapporto con l’ammalato, giacchè crediamo fermamente che a fondamento di tale rapporto vi è invece la promozione del bene vita e del bene salute (naturalmente rispettando la libertà personale sia del paziente che del medico) e non piuttosto l’esclusivo principio di autodeterminazione della persona ammalata.
L’art.4 del DDL prevede che le disposizioni anticipate di trattamento (che si vogliono o non si vogliono che vengano praticate) vengano manifestate da parte “di ogni persona maggiorenne e capace di intendere e di volere, in previsione di un’eventuale futura incapacità di autodeterminarsi…”.
Il criterio quindi di vigenza a partire dalla quale ha effetto ed è operativa tale disposizione è la sopravvenuta incapacità di autodeterminarsi della persona, senza tener conto della irreversibilità della incapacità stessa.
Ciò può creare una pericolosa disposizione di sé e della propria vita, perché numerose patologie determinano una limitazione o assenza della coscienza in modo temporaneo, che se trattate possono determinare una restitutio ad integrum o quantomeno ripristino dello stato di coscienza stessa.
Tutto questo può produrre due problematiche contingenze: da una parte il medico che è consapevole delle possibilità terapeutiche di miglioramento clinico non le intraprende, perché così stabilito in passato dal paziente; dall’altra sappiamo dall’esperienza dell’arte medica che molti trattamenti solo dopo averli messi in opera e a posteriori possono essere giudicati ragionevolmente efficaci quoad vitam e pertanto in molti casi, nel dubbio di insuccessi terapeutici, il medico potrebbe astenersi dal praticarli, perché dovrà darne conto in seguito in sede giudiziaria.
Ecco che il legislatore, probabilmente alla luce di queste possibili evenienze, ha mitigato la vincolativitivà in capo al medico sia della volontà di rifiutare/revocare i trattamenti sanitari della persona capace di agire tramite il consenso/dissenso informato, sia le disposizioni preventivamente espresse dal paziente che diventano operative quando sarà incompetente.
Ma mentre il rispetto delle DAT, possono essere disattese, qualora esse appaiano palesemente incongrue o non corrispondenti alla condizione clinica attuale del paziente ovvero sussistano terapie non prevedibili all’atto della sottoscrizione, capaci di offrire concrete possibilità di miglioramento delle condizioni di vita (ed in ciò il disposto della legge sembra riprendere quanto prescrive il vigente codice deontologico dei medici che recita all’art. 38 “Il medico, nel tenere conto delle dichiarazioni anticipate di trattamento, verifica la loro congruenza logica e clinica con la condizione in atto e ispira la propria condotta al rispetto della dignità e della qualità di vita del paziente…”); molto più contraddittoria è la posizione del medico (che “è esente da responsabilità civile o penale”) riguardo la possibilità di rispettare le volontà del paziente competente, il quale però “non può esigere trattamenti sanitari contrari a norme di legge, alla deontologia professionale o alle buone pratiche clinico-assistenziali; a fronte di tali richieste, il medico non ha obblighi professionali”.
L’incongruenza è insita nel fatto che la legge solleva il medico da responsabilità civili e penali, che in qualche modo possono essere quindi violate nel dare corso alle volontà del paziente, che però non può chiedere trattamenti contrari alle norme di legge che nella fattispecie potrebbero essere in particolare l’art. 579 c.p. omicidio del consenziente, art. 580 c. p. istigazione o aiuto al suicidio.
Così come anche terapie contrarie al deontologia professionale non devono essere perseguite (in particolare pensiamo si faccia riferimento all’art. 17 del codice “Il medico, anche su richiesta del paziente, non deve effettuare né favorire atti finalizzati a provocarne la morte”) e finanche se esse sono avverse alle buone pratiche clinico-assistenziali (tra le quali potrebbero allora rientrare anche l’idratazione e l’alimentazione artificiali, intese come “terapie” di sostegno vitale).
Importantissima infine a pare nostro anche il disposto che “a fronte di tali richieste, il medico non ha obblighi professionali”, che se da un lato sottintende ancora una volta una concezione contrattualistica dell’arte medica, dall’altra può essere recepita come una forma di obiezione di coscienza che può essere sollevata dal medico di fronte alle volontà del paziente.
E se il sottrarsi a precisi obblighi professionali è permesso al medico, ciò inverosimilmente e crediamo illecitamente non è concesso alla struttura sanitaria pubblica o privata accreditata, che si è dotata di un Codice Etico, che esprime valori e modelli comportamentali e procedurali vincolanti per la struttura e per ogni singolo dipendente che sono difformi o in contrasto con i principi della presente legge.
Pertanto i medici cattolici respingendo ogni intento e azione eutanasica comunque mascherata, così come ogni forma di accanimento terapeutico e parimenti di abbandono di cura dell’ammalato, alla luce di quanto esposto, auspicano che il Senato della Repubblica possa apportare in seconda lettura le modifiche e gli emendamenti necessari al DDL, affinché la libertà e l’autonomia individuale, costitutivi della identità della persona, siano coniugate con la promozione e il rispetto della salute e della vita.


Il Presidente Nazionale
Prof. Filippo M. Boscia

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21/10 FRAGILITA’ E DOLORE NEL CONTESTO GIUBILARE DELLA MISERICORDIA il comunicato

COMUNICATO STAMPA

L’AMCI DEDICA UNA GIORNATA DI RIFLESSIONE SU “FRAGILITA’ E DOLORE NEL CONTESTO GIUBILARE DELLA MISERICORDIA”
IL CONGRESSO SI TERRÀ IN ROMA IL 21 OTTOBRE 2016 (DALLE ORE 14.00 ALLE 18.30) PRESSO LA PONTIFICIA UNIVERSITÀ URBANIANA

Dolore, non un semplice sintomo, ma una vera e propria patologia tra le più diffuse a livello mondiale, ma anche tra quelle meno diagnosticate e trattate. Il dolore acuto e cronico è un’esperienza che in Europa condiziona la vita di un adulto su 5, con un costo stimato di almeno 40 miliardi di euro in termini di giornate di lavoro perdute. In Italia, sono almeno 15 milioni la persone (uomini e donne paritariamente) che patiscono per dolori cronicizzati nel tempo: un italiano su 4.

Il problema è, purtroppo, universale: l’80% della popolazione mondiale non ha accesso ad un adeguato trattamento del dolore.
Nonostante questa “universalità” del tema, pochi se ne interessano, gli stessi medici hanno difficoltà a comunicare e trattare adeguatamente, molti conoscono i particolari della legge 38/2010 e trovano difficoltà burocratiche e di impostazione di studio (specie i meno giovani) essendo carente l’ordinamento della facoltà medica di un insegnamento dedicato. Vi sono ricerche che dimostrano come il dolore mal curato diventi più intenso, più esteso, più difficilmente controllabile. Ma soprattutto è eticamente inaccettabile e senza alcuna utilità lasciare che il paziente soffra senza cercare di trattare il dolore con i mezzi di cui disponiamo. Né va sottovalutato il rischio cui il dolore persistente espone anche l’equilibrio psichico del sofferente, possibile porta aperta ad atti inconsulti contro se stesso e gli altri.

Nella sua lettera apostolica Salvifici doloris”, Giovanni Paolo II ci ha lasciato un messaggio meraviglioso nel quale si riconosce, alla base, la propria sensibilità umana e spirituale, la dolorosa esperienza personale.

Togliere o ridurre il dolore “divinum est”! Indispensabile certamente per ridurre “l’oppressione della mente e dello spirito che esso comporta”.
Ma – dice il prof. Filippo Boscia, presidente AMCI, che ha indetto il congresso: “E’ doveroso alleviare il dolore, sempre”
Il convegno, che vuole, tra l’altro, al di là di ogni possibile barriera culturale, promuovere il primo report italiano ed europeo sul rilevante tema e progetto, in area dolore, la persona è centrale nel processo di cura, vuole anche riaffermare che:

  • doveroso è il controllo del dolore;
  • doveroso è il sollievo della sofferenza
  • doveroso riaffermare il principio del “diritto di non soffrire”.

Notevole è l’impegno della Medicina, della Chiesa Cattolica, dei Pontifici Consigli, della CEI, dell’AMCI nell’affrontare tutte le problematiche ancora irrisolte.
L’impegno non è più rinviabile, occorre colmare il gap ancora esistente per la completa applicazione della Legge 38/2010.

 

  • Occorre coinvolgere quella minoranza di operatori sanitari non ancora adeguatamente coinvolti nella gestione del paziente con dolore cronico o oncologico.
  • Fare voti perché l’attenzione alla problematica del “dolore cronico inutile” sia alta!
  • Rispettare il diritto di tutti ad aver accesso ad ogni più efficace terapia per una migliore qualità di vita rimuovendo il dolore “inutile”.
  • Ricordare a tutti l’obbligo della proporzionalità terapeutica: è necessario dare sollievo alla sofferenza e al dolore.
  • Ricordare a tutti che la sedazione terminale “non provoca la morte” ma ha l’esclusivo fine di controllare il dolore e la sofferenza.

 

Il Prof. Filippo M. Boscia, presidente AMCI, riafferma che “occorre colmare vuoti assistenziali ovunque, nella medicina di famiglia, nei centri assistenziali HUB & SPOKE, pubblici e privati”.
L’AMCI intende affrontare tutti i nodi problematici irrisolti nella gestione del paziente che soffre scegliendo di porsi al suo capezzale.
ALLEVIARE IL DOLORE OGGI E’ LA PRIMARIA VERA EMERGENZA DA RISOLVERE.

Di cosa parliamo?

  • dolore acuto: limitato nel tempo e nello spazio (regione del corpo), da causa nota o sospetta. Importante la sua presenza prima che si giunga a diagnosi per la quale detto sintomo può rappresentare elemento idenfificativo.
  • dolore cronico: convenzionalmente lo si fissa con durata da almeno 3 mesi; indipendente dalla patologia in atto, non orientato a finalità specifica, quindi, a giudizio del medico, "inutile" e concreta una malattia a se stante.

I Farmaci:
Non oppiodi, antinfiammatori e non steroidei;
Oppioidi vanno prescritti dal medico del quale bisogna osservare alla lettera, le raccomandazioni. La loro utilizzazione è disciplinata da apposita legge che ne favorisce, in modi e circostanze opportuni, l'impiego.La cosiddetta sedazione terminale, se condotta secondo regole, non affretta l'exitus.
L'OMS suggerisce una scala di approccio con farmaci non oppiodi (dolori lievi), oppioidi minori con o senza non oppioidi (dolere lieve-moderato), oppioidi maggiori eventualmente abbinati a non oppioidi (dolore moderato-severo)

STRETTA SUGLI ESAMI MEDICI: Intervista al Prof. Boscia

"Spendere bene per non togliere cure ai veri malati"
Filippo Boscia, presidente dell'Associazione medici cattolici italiani (Amci): "Non si deve e non si può continuare a sprecare o spendere male. La medicina delle prescrizioni improprie, dettate soprattutto dalla tendenza 'difensiva' dei medici di fronte a pazienti sempre più aggressivi, è una tragedia economica". E ancora: "Il ruolo dei medici cattolici in tempi di crisi economica si fa più rilevante"
Luigi Crimella

Le chiamano “prescrizioni a rischio di inappropriatezza” e l’elenco reso noto dal ministero della Salute ne prevede 208. Stiamo parlando di esami di laboratorio, raggi X, risonanze magnetiche, Tac, medicina nucleare, “medicina difensiva”, odontoiatria, esami genetici, analisi del Dna, allergologia, esercizi respiratori, terapie della luce, ecc.: per tutte queste prestazioni, finora parzialmente o totalmente coperte dal Servizio sanitario nazionale, da qui in avanti lo Stato intende stringere i cordoni, sottoponendo i medici a controlli più serrati per constatare, di volta in volta, che la loro prescrizione sia davvero motivata da ipotesi sanitarie gravi. Il testo che contiene tutte queste indicazioni verrà inviato alla Conferenza delle Regioni, che sono responsabili del Servizio sanitario, e il fine lo comprendiamo chiaramente: “lotta agli sprechi”. Sullo sfondo c’è la già citata “medicina difensiva”, vale a dire la tendenza dei medici a prescrivere tutto quanto (e a volte anche di più) di quello che il paziente angosciato chiede, per evitare che lo stesso citi in giudizio il camice bianco. A fronte di prime reazioni del mondo sanitario di perplessità se non di aperta opposizione a questo diktat governativo, abbiamo consultato il professor Filippo Boscia, presidente nazionale dell’Associazione medici cattolici italiani (Amci).
Quale è stata la sua prima reazione di fronte all’elenco delle prestazioni a rischio di inappropriatezza?
“Il fatto suscita diverse domande e considerazioni. Anzitutto, mi pare che il ruolo dei medici cattolici in tempi di crisi economica si faccia più rilevante. Siamo di fronte a una qualità dei servizi che si va abbassando. La carenza di personale, di attrezzature e di ricerca di modelli innovativi di gestione rischia di portare il sistema al collasso. Tutto ciò mentre oggi va avanti a dismisura il progetto utopico, creato artificialmente dalle multinazionali sanitarie, di suscitare crescenti bisogni sanitari in persone sane e che forse non si ammaleranno mai, mentre l’uomo veramente sofferente rischia, per le restrizioni economiche presenti, di scomparire”.
Quindi lei è d’accordo su una stretta almeno delle pratiche palesemente inutili o ingiustificate?
“Sì, perché è chiaro che non si deve e non si può continuare a sprecare o spendere male. La medicina delle prescrizioni improprie, dettate soprattutto dalla tendenza ‘difensiva’ dei medici di fronte a pazienti sempre più aggressivi, è sicuramente una tragedia economica. Tenga conto che l’86% delle Tac prescritte sono assolutamente inutili, anzi direi dannose. Ho conosciuto una persona che aveva fatto ben 8 Tac e alcune angiorisonanze per una cefalea essenziale ben diagnosticata già 5 anni prima. Mi pare che come medici, e per giunta ‘cattolici’, siamo chiamati a portare un plus di etica e di valori umani, ‘calmierando’ il grande aumento di commercializzazione della medicina”.
Non è forse che le persone divengano ipocondriache o angosciate da sintomi in realtà futili, di malattie inesistenti?
“Un po’ è così, ma il grosso del problema è che occorre stare molto attenti che la pratica medica non slitti nella ‘medicina del desiderio’ o se preferiamo della fitness, promettendo salute e guarigione utopica ben al di là della reali esigenze e disponibilità terapeutiche”.
Cosa ne pensa dei test genetici, anche prenatali, così diffusi oggi?
In effetti abbiamo la possibilità di fruire della medicina predittiva, che ha il suo valore ma che forse, nella sua applicazione così diffusa, rischia di preoccuparsi troppo di persone sane che forse non si ammaleranno mai trascurando chi invece malato lo è davvero. Tipico il caso dei test pre-natali, chiesti da genitori preoccupati per la salute ‘futura’ dei figli, a cui forniamo elenchi di malattie a cui il nascituro può essere sensibile. Si vorrebbe che la medicina garantisse la felicità. Ma essa non può svolgere questo ruolo”.
Qual è la sua ricetta per una valida pratica medica?
“Occorre fare di tutto per tenere in vita e potenziare l’alleanza terapeutica tra medico e paziente: il malato deve continuare a nutrire fiducia nei nostri confronti e noi sanitari dobbiamo rispondere con competenza e coscienza. Minacciare la pena pecuniaria rappresenta un po’ la volontà di rompere questo rapporto, ma certo noi medici non dobbiamo tirarci indietro davanti alla richiesta di valutare con maggiore approfondimento l’efficacia ed efficienza delle pratiche e cure prescrivibili”.
Dovrete diventare anche un po’ ‘economisti’, tagliando le spese….
“Un po’, sì, chiamati a bilanciare le necessità mediche e le spese per la collettività. Ma non ci si chieda di esercitare un giudizio senza appello di politica economica, perché rischieremmo di ledere la visione globale di vicinanza alla persona umana”.

 

Vaccini: sanzioni per i medici che li sconsigliano. Boscia (Amci), “ogni cittadino è responsabile della salute collettiva

I medici che sconsigliano i vaccini infrangono il Codice deontologico e vanno incontro a sanzioni disciplinari, o addirittura alla radiazione dall’Ordine. Lo sostiene la Federazione degli ordini dei medici (Fnomceo) che il 20 luglio ha presentato un documento sui vaccini. Per Filippo Maria Boscia, ginecologo e presidente dell’Associazione medici cattolici italiani (Amci), “quando è in ballo il bene della persona è doveroso alzare la voce perché la salute collettiva è responsabilità di ogni cittadino”

I medici che sconsigliano i vaccini infrangono il Codice deontologico e vanno incontro a sanzioni disciplinari, o addirittura alla radiazione dall’Ordine. Lo sostiene la Federazione degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo) che il 20 luglio ha presentato a Roma un documento sui vaccini approvato all’unanimità dal Consiglio nazionale della Federazione lo scorso 8 luglio. “Quando è in ballo il bene della persona è doveroso alzare la voce perché la salute collettiva è responsabilità di ogni cittadino”, commenta Filippo Maria Boscia, ginecologo e presidente dell’Associazione medici cattolici italiani (Amci), secondo il quale “occorre isolare il virus letale” di chi “diffonde bufale come quella dalle correlazione vaccini-autismo”.

Obiettivo del documento, spiega Fnomceo, è “favorire una cultura della vaccinazione a 360°, coinvolgendo non solo tutti i medici, ma i decisori pubblici, le istituzioni, i legislatori, i magistrati, i ricercatori, i comunicatori e, soprattutto, i pazienti e i cittadini tutti”. Nella storia della medicina i vaccini sono “gli interventi più efficaci mai resi disponibili per l’uomo – afferma la presidente della Federazione, Roberta Chersevani. – Ed è forse proprio la scomparsa del confronto quotidiano con le conseguenze mortali o invalidanti di tante malattie, dovuta alla scoperta dei vaccini e delle terapie antibiotiche, che ha indotto la cittadinanza a credere che il successo sulle malattie infettive fosse definitivo”. “Solo in casi specifici, quali ad esempio alcuni stati di deficit immunitario – si legge nel testo -, il medico può sconsigliare un intervento vaccinale. Il consiglio di non vaccinarsi nelle restanti condizioni, in particolare se fornito al pubblico con qualsiasi mezzo, costituisce infrazione deontologica”.

Come cittadino, come medico, come medico cattolico e come medico impegnato in missioni umanitarie all’estero sottoscrivo questo documento in pieno”, prosegue Boscia che conosce bene i rischi della mancanza di vaccinazioni. Il presidente Amci è infatti responsabile anche di un ospedale in Congo dove tra la popolazione non vaccinata la mortalità per epidemie tocca anche il 20% fra i neonati nel primo mese di vita e le loro mamme.

“Del tutto infondata la bufala secondo la quale esisterebbe una correlazione tra vaccinazione e patologie dello spettro autistico”,
prosegue richiamando la recente “assoluzione” da parte della Commissione di esperti della Procura di Trani del vaccino trivalente contro morbillo, parotite e rosolia. “Questioni di questo tipo non devono essere dibattute nei Tribunali ma all’interno delle comunità scientifiche che non hanno mai stabilito nessi di consequenzialità tra vaccini e insorgenza di patologie”.

“Lo stato di salute della popolazione non è un dato definitivamente acquisito, ma deve essere continuamente presidiato e difeso e ciò vale per ogni attentato che si voglia portare all’efficienza del Servizio sanitario nazionale”, la conclusione del documento. “L’educazione sanitaria volta a mantenere la salute collettiva prevenendo le malattie – chiosa Boscia – poggia interamente su un presupposto etico di responsabilità che parte dalla comunità che istruisce ed educa il cittadino e si riversa pienamente come responsabilità sul cittadino stesso che si impegna con ogni mezzo a mantenere il bene della salute per sé e per gli altri.

Questa dimensione della salute non può essere barattata.

Purtroppo anche nel mondo della ricerca scientifica vi possono essere dei delinquenti che con il loro comportamento irresponsabile scoraggiano le vaccinazioni, ma chi non si vaccina diventa potenzialmente letale perché veicolo di diffusione di virus che mettono a rischio anziani, neonati, immunodepressi. Soggetti vulnerabili che è responsabilità di tutti proteggere”.

La Federazione ha annunciato sanzioni disciplinari fino alla radiazione dall’Ordine per i medici che sconsigliano senza ragioni scientifiche i vaccini: “Certamente – commenta il presidente Amci – una censura è necessaria”:

“Occorre isolare il virus letale” di chi “diffonde bufale come quella dalle correlazione vaccini-autismo o di chi definisce i vaccini superflui o inutili”.

E ancora: “Chi diffonde notizie false e tendenziose non merita di abitare una comunità scientifica. La ricerca va sempre condotta in accordo con i principi etici fondamentali, in conformità con gli standard della medicina e le linee guida professionali sulla cura e la gestione dei soggetti che si rivolgono a noi. La dimensione scientifica è una dimensione in progress”. Per questo, conclude, “i medici sono tenuti all’aggiornamento costante. Se non avvertono questa responsabilità devono allontanarsi dalla professione.

La medicina non può essere affidata alla libertà o all’arbitrio individuale”.

tratto dal sito Agensir link all'articolo

Recensione del volume ”Il processo al processo. La responsabilità dei magistrati” di Vito Marino Caferra, Cacucci Editore

La recente promulgazione della legge sulla responsabilità civile dei giudici ha offerto al dottor Vito Marino Caferra - già Presidente della Corte d’Appello di Bari e componente del Consiglio Superiore della Magistratura, nonché docente di diritto nell’Università di Bari – l’occasione per dare il suo autorevole contributo su una materia particolarmente “sensibile” con il volume “Il processo al processo. La responsabilità dei magistrati.” Editore Cacucci 2015. Il dott. Caferra, autore di altre apprezzate monografie sui problemi della giustizia , ha dato alla stampa il suo contributo con con la competenza e la maestria che gli sono proprie, illustrando - per i vari casi di “malagiustizia” (dall’ingiusta detenzione alla poco ragionevole durata dei processi) - i diversi ambiti di responsabilità civile (dello Stato e/o del magistrato) e penale , nonché l’articolato sistema della responsabilità disciplinare del magistrato, che talvolta si espone ai rischi della deriva corporativa.

Nel quadro di un ordinamento multilivello (con le fondamentali funzioni attribuite alle Corti europee) l’Autore riconduce gli svariati istituti presi in esame ad un sindacato sull’esercizio della giurisdizione in un sistema democratico, che richiede il controllo di ogni potestà pubblica e quindi anche sull’esercizio del potere giudiziario; e avverte sin dalla prima pagina che “che nel costituzionalismo moderno non c’è potere (pubblico o privato) senza limiti e senza responsabilità: i limiti sono segnati dalla divisione dei poteri (oltre che dal pieno e reciproco rispetto delle funzioni di ciascuno) e dal riconoscimento dei diritti fondamentali, che trovano la loro garanzia nelle varie forme di responsabilità giuridica e/o politica previste dall’ordinamento. E quanto più rilevanti sono le funzioni pubbliche tanto più va rafforzata la dimensione dei doveri e delle responsabilità”..
Peraltro l’Autore non manca di avvertire che la proliferazione di procedimenti “derivati”, che si aggiungono ai procedimenti principali a causa della inefficienza della macchina giudiziaria (ma anche a causa della carenza di professionalità degli operatori del diritto), riesce ad offrire - con onerose misure riparatorie – solo un surrogato del bene violato, ma non può ripristinare la situazione giuridica irreversibilmente pregiudicata. Anzi, le varie forme di responsabilità, con i relativi processi al processo, aggravano le disfunzioni dell’apparato giudiziario e ne disperdono le risorse con un sicuro effetto delegittimante.
. Accanto agli effetti negativi dell’uso distorto delle varie forme di responsabilità l’Autore segnala il fenomeno (sempre più di moda) del “processo mediatico”: la forma di processo al processo più diffusa, così come è diffusa e capillare l’azione del media nella società dell’informazione e dello spettacolo mediante un mix di violazione del segreto e di abuso della libertà di informazione; per questa via un certo tipo di giornalismo, anche grazie a rapporti privilegiati con gli organi inquirenti, tende a sostituirsi alla magistratura giungendo a premature condanne e assoluzioni, tali da inficiare se non condizionare il giusto corso dei procedimenti..
Infine l’Autore censura il cosiddetto “protagonismo mediatico” di alcuni magistrati e i facili “salti di campo” di costoro ( dalla magistratura alla politica e viceversa) in un vero e proprio “sistema di vasi comunicanti” dagli effetti preoccupanti per la conseguente confusione dei ruoli. e, quel che è più grave, per la perdita di credibilità nella “terzietà” della magistratura.
Dalla lettura del libro si ricava netta la sensazione che in Italia, nell’attuale fase politico-istituzionale, risulta sempre più difficile esercitare la nobile arte di amministrare la giustizia, perché l magistrati si trovano di continuo presi tra due fuochi: da un lato i cittadini esasperati dall’eccessiva durata dei procedimenti, dall’altro i politici che - in un contesto di squilibrio dei poteri (per l’espansionismo giudiziario e la sovraesposizione dell’azione penale) - sono sempre più insofferenti a quel che considerano indebite ingerenze.
In conclusione si può convenire con l’Autore che “la credibilità della Giustizia, sia penale che civile, è strettamente legata al senso del limite (del diritto e del processo) rispetto al necessario ruolo politico che va riconosciuto al legislatore, al potere esecutivo e quindi al potere politico. Invece “la esorbitanza del potere giudiziario … e la confusione dei ruoli provocano reazioni incongrue che danno luogo a “processi al processo”, anche per l’uso distorto delle varie forme di responsabilità del magistrato.” Ragion per cui “per ridurre il rischio della confusione dei ruoli ed assicurare la maggiore possibile indipendenza dei magistrati … è loro dovere professionale tenersi lontani da quello che potrebbe essere il punto di rottura del sistema.”.

Prof. Filippo M. Boscia