ALFREDO ANZANI: "IDEE CHIARE COMPORTAMENTI CERTI - ETICA CLINICA ! "

Riflessioni per i medici in prima linea

(è possibile scaricare dall'allegato l'intero documento di 59 pagine)

 

  1. 1.    Il medico oggi
  2. 2.    Autonomia del paziente
  3. 3.    Obbedienza o persuasione?  La parola nel rapporto medico-paziente
  4. 4.    Problematiche etiche nell’unità operativa della terapia intensiva
  5. 5.    Il limite in terapia intensiva
  6. 6.    Accanimento terapeutico  in fine vita
  7. 7.    Futilità
  8. 8.    Appropriatezza e proporzionalità delle cure
  9. 9.    Desistenza terapeutica
  10. 10.    Il rifiuto delle terapie mediche
  11. 11.    Disposizioni anticipate di trattamento
  12. 12.    Di fronte alla malattia grave e alla morte

 

PREMESSA

Di fronte

  1. alla crescente potenzialità tecnologica che rende attuabile anche ciò che pone riserve

             di  liceità, [1]-[2]

  1. alla necessità di rispettare il principio etico di autonomia che pone il malato al centro

              delle decisioni che lo riguardano,[3]

  1. all’esigenza di una legislazione basata su criteri ragionevoli, credibili e documentati,
  2. al contesto pluralistico che caratterizza la nostra società e che registra diverse opzioni etiche da considerare sempre con rispetto e attenzione, senza accogliere la pretesa della loro equivalenza e cercando di dimostrare che la scelta personalista è l’unica che si radica nella dignità della persona umana, è necessaria la riflessione etica, quale faro[4] per decidere la scelta da compiere.  Lo strumento da utilizzare è il dialogo interdisciplinare che, applicando un metodo serio e rispettoso di conduzione, potrà aiutare a evidenziare la migliore condotta professionale da seguire. Questo dialogo sarà utile se realizzato tramite incontri preordinati su casi specifici condotti da esperti in bioetica, etica clinica applicata, clinici professionisti, coadiuvati, se del caso, da altri esperti in grado di fornire maggiori informazioni.  Nell’ambito della pratica quotidiana le decisioni sono spesso molto più semplici quando vi sia una condivisione di obiettivi riguardante la qualità della vita, la quantità di vita, la qualità della morte. Ciò vale per tutti gli operatori sanitari. In particolare, in primis, per gli anestesisti rianimatori, i chirurghi, i medici oncologi. Essi sono chiamati quotidianamente a confrontarsi con
  3. le problematiche del fine vita,
  4. il consenso informato e l’autonomia decisionale del malato,
  5. l’appropriatezza e la proporzionalità della cura,
  6. i principi di giustizia e di allocazione corretta delle risorse.

 

Questo intenso travaglio, anche e soprattutto interiore, stimola i medici coinvolti

-          ad una costante disanima critica,

-          ad un difficile esercizio di umanità,

-          ad una comunicazione per tanti versi inattuabile e pure non rinunciabile,

-          ad una appassionata interrogazione etica.[5]

Nel codice cinese della dinastia Hang (200 a.C – 220 d.C) si legge: “Un grande medico, quando assiste un infermo, deve mantenersi calmo e deciso. Non deve provare avidità. Deve avere sentimenti di compassione per l’ammalato e impegnarsi ad alleviare le sofferenze qualunque sia il ceto. Aristocratico o uomo comune, povero o ricco, vecchio o giovane, bello o brutto, nemico o amico, concittadino o forestiero, educato o ineducato, chiunque deve essere trattato egualmente. Egli deve guardare alla miseria dell’infermo come se fosse la sua propria e preoccuparsi di rimuovere il dolore, trascurando disagi come chiamate notturne, cattivo tempo, fame, stanchezza e altri. Pure casi ripugnanti (…) devono essere trattati senza la minima antipatia. Chi segue questo principio è un grande medico, se no è un grande ladro (…)”[1].

Questo testo evidenzia, con la chiarezza della semplicità e dell’incisività, come la professione del medico richieda l’esercizio di un sapere scientifico che si coniughi costantemente ad un sapere profondamente umano. Di conseguenza, la formazione del medico deve, all’unisono, comprendere questi due essenziali ed irrinunciabili capisaldi.

Al medico si richiedono due cose, ripeteva Hermann Boerhaave, clinico medico, “che sia istruito nella scienza medica e che abbia quella disposizione di genio per cui possa esercitare la propria scienza a vantaggio dei malati”[2].

 

Mai come oggi si avverte da più parti l’esigenza di ridefinire la medicina. Questo compito si rivela irto di difficoltà perché ogni nuova definizione che viene offerta è subito superata dall’evolversi degli eventi e dall’enorme aumento della complessità e della quantità delle informazioni.

  • Dalla medicina basata sull’autorità si è passati a quella basata sulle prove di efficacia;
  • da quella curativa a quella predittiva;
  • da quella del desiderio a quella del benessere.

 

 I soggetti di questa “nuova” medicina restano

-          il medico alla ricerca del suo” nuovo” ruolo delineato dalle linee guida, dai budget di spesa, dalla cosiddetta medicina difensiva, e

-          il paziente che rivendica la sua autonomia e il diritto di vivere in “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale”, così come l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha solennemente proclamato.



[1] Mottura G., Il giuramento di Ippocrate. I doveri del medico nella storia. Editori Riuniti, Roma, 1986, p. 30.

[2] G. Cosmacini, Ricominciamo dalla cura di sé. Intervista di Luigi Vaccari sul Messaggero del 26 gennaio 2002. Dice Cosmacini: “Il discorso investe la crisi della professione medica. Se il medico viene considerato un meccanico, e cioè è ridotto al ruolo di tecnico della salute che aggiusta le parti avariate del corpo, non può soddisfare appieno le attese di un individuo che sono non soltanto di natura organica, ma di natura esistenziale. Lo star bene non è riducibile esclusivamente al buon funzionamento degli organi: coinvolge la soggettività dell'individuo; e la soggettività è qualche cosa di più complesso, di totalizzante, che deve trovare un interlocutore, il medico, che sia un curante in senso lato. E cioè viva la sua professione, che non è una scienza ma una pratica basata su scienze (la biologia, la chimica, la fisica), in modo scientifico-tecnico certamente al massimo grado, ma anche in modo "affabile" diceva il più grande clinico del primo Settecento, Hermann Boerhaave, che insegnava nell'Università olandese di Leida ed era denominato "totius Europae praeceptor", precettore di tutta Europa".



[1] G. Angelini, La dignità del morire. Considerazioni di etica medica, in riferimento alle unità di rianimazione e terapia intensiva. Anest. Rianim, 31, 7-15 1990.

[2] L. De Caprio, Accanimento Terapeutico e Futilità in Medicina. Istituto Italiano di Bioetica http://www.istitutobioetica.org/Bioetica%20della%20salute/fine%20vita/de%20Caprio%20Futilit%C3%A0.htm    Scrive De Caprio:  “Nella pratica, messi davanti a pazienti in condizioni disperate, sottoposti a pressioni d’ogni tipo e che provengono da più parti, accade che non siamo semplicemente in grado di stabilire ciò che è bene; allora ci rifugiamo nel comodo nascondiglio offerto da un fare per il fare. […] La tecnoscienza è diventata fondamento della morale. La mera disponibilità di una qualunque tecnica (immaginata) salvavita finisce con il fondare e configurare quell’etica pubblica che ne giustifica il ricorso e l’applicazione costi quello che costi per i pazienti e per i medici. […] Educati, formati e de-formati dalle accademie mediche sul modello dello “scienziato applicato”, noi abbiamo ricevuto dalla società contemporanea il mandato che ci assegna il ruolo (scomodo) di “salvatori di vite umane”.

[3] Sacra Congregazione della Dottrina delle Fede, Iura et bona, 5 maggio 1980: “prendere delle decisioni spetterà in ultima analisi alla coscienza del malato o delle persone qualificate per parlare a nome suo, oppure anche dei medici, alla luce degli obblighi morali e dei diversi aspetti del caso”.

[4] Géraud: L’etica, “è per il medico ciò che il faro rappresenta per il navigante. Da una parte il faro illumina l’ostacolo da evitare; dall’altra parte, spaziando sull’orizzonte, il faro invita a prendere il largo e rende possibile la scoperta”.

[5] P. Cattorini, Cenni introduttivi. Anest. Rianim., 31, 3-6, 1990.